MARTEDI 7 NOVEMBRE 2006
presso la Parrocchia di Sant’Ireneo
Quartiere Tessera di CESANO BOSCONE
alle ore 9.45
Sono presenti all’incontro i sacerdoti:
Agnesi don Franco, Galbiati don Lucio, Penna diac. Gabriele, Cianci don Marco, Conti don Luigi, Alberti don Giampiero, Fusi don Gaetano, Massironi don Sergio, Valcamonica padre Mario, Benacchio padre Pietro, Pirotta don Carlo, Maculan don Giovanni, Bonfanti don Silvano, Brambilla don Marcello, Soffientini don Roberto, Colombini don Franco, Bellò don Andrea, Ciutti padre Giuseppe, D’Angelo padre Biagio, Alessi fratel Fabrizio, Gelli diac Renato.
Sono presenti all’incontro le consacrate: suor Gregorina, suor Emanuela, Suor Maria, suor Viviana, Cristina, Chicca, Suor Mariagrazia, suor Mariacarla, suor Mariachiara, Suor Enrica,
MEDITAZIONE DI DON LUIGI SU GV 18,33-37 - Festa di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo.
Oggi sentiamo spesso parlare di verità relative e quindi è difficile pensare alla verità assoluta che è Gesù. Parafrasando un brano di Cantalamessa: si citava il fatto che il Figlio dell’uomo viene sia in potenza che in debolezza. Oggi non si fa fatica a riconoscere in Gesù l’amico ma fa fatica a riconoscere in Gesù colui che ha potere su di noi. L’ immagine di Gesù che noi abbiamo non è fissa ma in continua evoluzione, segue la cultura, è un’immagine dinamica. Il salto di qualità nella fede si accetta quando si accetta con gioia Gesù come signore della nostra vita. Anche questa nostra accettazione è dinamica e deve essere continuamente aggiornata.
Interventi spirituali:
don Silvano ci vuole pazienza, la santità è un cammino giorno per giorno che ci coinvolge sempre di più. Ci apre a una speranza e a una positività verso tutto e tutti, come si è detto a Verona. Anche noi abbiamo bisogno di questa “iniezione” di speranza.
Cristina: in un altro passo Gesù fugge di fronte alla proposta di farlo re. Io dove vado con la mia vita? verso quale regno? quello della gloria, del successo... oppure in umiltà accettando il Signore della mia vita?
Diacono Renato: Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo. Dobbiamo guardare al regno di dio sebbene si viva nel regno del mondo. La Trinità mi da la possibilità di vivere in intimità con Dio per “produrlo” nella vita quotidiana.
Decano: Breve ripresa delle conclusioni della scorsa volta sull’apostolato dei laici.
IL TEMA DELLE VOCAZIONI
Equipe: - (don Andrea), Riflessioni sul tema vocazionale;
- (Cristina) ogni parrocchia ha detto cosa fa per le vocazioni;
- (suor Chiara) proposta di incontri vocazionali aperti in modo particolare ai chierichetti da farsi una volta al mese a partire da gennaio nella parrocchia di san Giovanni Battista tenuti da don Donato e suor Chiara
don Roberto: vedo con positività questa proposta. Da me a sant’Adele c’è un ricordo bello sulla proposta che si faceva gli scorsi anni. Io vedo però la necessità di un’attenzione e un discernimento sui chierichetti da mandare. mons Corti diceva che non c’è miglior pastorale vocazionale se non quella ordinaria, accompagnando i ragazzi. E’ venuta meno una catechesi e un accompagnare nella fede. Bisogna crederci.
don Carlo: sottoscrivo in pieno, sono d’accordo con questi incontri. Quello che mi chiedo però è questo: chissà se c’è davvero tanta fede? C’è tanta religione ma non saprei quanta fede. Rompiamo gli schemi della pastorale giovanile che è la pastorale dei rimasti dopo che se ne sono già andati tutti. Ma non pensiamo solo al pregare. Il nostro ruolo è quello della presidenza, non siamo chiamati alla vocazione monastica.
don Silvano: il nostro gruppo chierichetti cresce anche attraverso iniziative come questa. Sono d’accordo. Mi sembrerebbe che l’insistenza attuale del papa sulla ragione voglia dire che la fede rende più uomo l’uomo. La vocazione ce l’ha ogni uomo ed è una vocazione di pienezza di vita umana. Noi cristiani sembriamo rinunciatari su tante cose.
don Gaetano: ciascuno dovrebbe pregare per la sua vocazione e non per quella degli altri. Nei movimenti non c’è crisi di vocazione. come mai?
don Sergio: come coadiutori avevamo espresso parere negativo al continuare questi incontri ma se si decide sosterrò la proposta. Vorrei però fare altre due proposte: rivolgersi alle famiglie più che ai singoli per pensare insieme al figlio alla sua vocazione. E l’altra proposta è questa: nel nostro decanato indicare ai ragazzi quali preti e quali suore, in quali giorni siamo disponibili per accompagnare i giovani dal punto di vista vocazionale.
don Giovanni: a me sembra che lo stile della comunità cristiana non susciti vocazioni perchè il tipo di vita e di stile che abbiamo noi preti non incoraggia. La vocazione sorge quando vedono un prete con uno stile un po’ diverso da quello che c’è in giro.
don Sergio: dobbiamo chiederci se ha più senso e se sia più giusto che ci sia un incontro decanale al posto di quello parrocchiale.
decano: è uno strumento ma non sostituisce la ricchezza della proposta:
padre Mario: (collegandosi con l’omelia del cardinale citata nella relazione dell’equipe) alle volte più che vocazioni stiamo cercando problemi. Il seminario come luogo di discernimento e i primi anni di ministero per la formazione! Quando uno è già prete non si può più formare nulla. Mi fa paura un prete così. In brasile i preti brasiliani hanno superato i preti diocesani. I nuovi preti in brasile sono per le pastorali sociali, dei ceti alti, della pastorale scolastica...
don Lucio: io sono entrato in prima media. se non abbiamo questo substrato di fede che aiuta mi pare che la parrocchia debba essere il luogo più adatto per accompagnare un discernimento vocazionale.
diacono Renato: ci sono pochi giovani a Cusago. il problema della famiglia è importante. far trovare come è bello stare con Gesù.
SINTESI
Decano: è un tema che ci sta a cuore. Gli scenari culturali e spirituali che cita il papa li vediamo anche noi. Ci siamo detti questa cosa: la proposta è fatta ai ragazzi e alle ragazze, in particolare ai chierichetti ma non solo. con una particolare attenzione vocazionale. Faremo una riflessione sul materiale che ci manderà l’arcivescovo sull’omelia del 4 novembre e sul consiglio presbiterale E’ importante la pastorale ordinaria. Aiutiamo i giovani a pregare per la propria vocazione. Mi chiedevo: c’è un metodo buono per un ragazzo e un adolescente che viene da noi per essere seguiti nella direzione spirituale? una specie di regola di vita spirituale che si potrebbe scrivere per il nostro decanato per dare una risposta a chi ci chiede come camminare con il signore per rispondere alla sua chiamata? Proponiamo questi incontri e magari a fine anno o inizio dell’anno prossimo faremo una verifica.
CONSIGLIO PASTORALE DECANALE
Decano: ricorda i criteri che ci eravamo detti: 13 parroci, 6 consacrati e consacrate un laico (13) per parrocchia che abbia possibilmente una presenza o esperienza in decanato, il rappresentante nel consiglio pastorale diocesano (1), i referenti delle commissioni decanali (ad gentes, caritas, famiglia, past giovanile, past case di riposo, past sociale e politico, ecumenismo, ecc), referente consultorio, scuola cattolica (nuova terra), scuole materne, referente associazioni che lavorano nell’ambito sociale, azione cattolica, agesci, cl, fede e luce, man, rinnovamento, ecc.
Entro fine mese occorre comunicare la persona (o le persone) che faranno il rappresentante del CP Decanale.
COMUNICAZIONI:
- Viene mons Delpini a benedire le case dei preti secondo il calendario distribuito.
- Martedi prossimo c’è l’incontro di zona
- avvisi delle commissioni:
don Gaetano: 26 novembre ritiro alla Sacra Famiglia per gli impegnati nel socio politico
don Giampiero: lavorerò al cadr (centro ambrosiano conoscenza delle religioni).
don Carlo: nel sito internet del decanato ho messo anche l’indirizzario dei preti con i numeri di cellulare e gli indirizzi di posta elettronica. C’è un filtro ma secondo voi va lasciato? No. Si è deciso di lasciare in internet solo i numeri di telefono delle parrocchie e degli oratori e di non mettere i numeri privati.
padre Mario: Si chiede la sostituzione dell’incontro di decanato a s.Antonio con sant’Adele. Approvato.
Allegato – Franco Giulio Brambilla, Verona 2006
“Immaginare la Chiesa” come una comunità di popolo
“Immaginare” significa la capacità di sintesi tra sogno futuro e realizzazione presente, tra uno sguardo lungimirante e la pazienza di trasformare i gesti della Chiesa di oggi in prospettiva missionaria. I primi passi della Chiesa italiana in questo inizio del duemila si sono mossi concordemente in questa direzione. Il “progetto culturale” della chiesa italiana ha prodotto una forte spinta propulsiva per ripensare i grandi temi con cui la coscienza cristiana sperimenta una distanza dalle forme della vita odierna e cerca di superarla mediante una più marcata attenzione alle forme della comunicazione pubblica. La scelta prioritaria della missionarietà della parrocchia, con l’accento posto sul primo annuncio, l’iniziazione cristiana e la domenica, va collocata dentro l’orizzonte di grande respiro per dare un volto evangelizzatore alla testimonianza ecclesiale. Per fare questo, la Chiesa italiana di questi anni ha deciso di privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo la caratteristica “popolare” del cattolicesimo italiano. Potremmo dire che tutto questo si riassume in un’unica indicazione: la Chiesa si sta prendendo cura della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo.
Occorre che questi gesti delle comunità cristiane favoriscano una cura amorevole della qualità della testimonianza cristiana, del valore della radice battesimale, dei modi con cui gli uomini e le donne, le famiglie, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli anziani danno futuro alla vita e costruiscono storie di fraternità evangelica. “Popolarità” del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un “cristianesimo minimo”, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone, di illuminare le diverse stagioni dell’esistenza, di essere significativa negli ambienti del lavoro e del tempo libero, di plasmare le forme culturali della coscienza civile e degli orientamenti ideali del paese.
Popolarità del cristianesimo è allora la scelta della «misura alta della vita cristiana ordinaria» (Novo Millennio Ineunte, 31), che deve servire alla coscienza dei singoli e al ministero pastorale per acquisire una maggiore sapienza evangelica di ciò che è in gioco nelle forme quotidiane dell’esperienza cristiana. Così potrà dare volto a una sapienza cristiana evangelicamente consapevole e culturalmente competente. Perciò la Chiesa italiana ha privilegiato la dimensione di trasmissione (primo annuncio, iniziazione, volto della comunità credente) e la dimensione culturale (progetto culturale, comunicazione massmediale). In estrema sintesi, bisogna favorire le soglie di accesso alla fede e aprire le finestre sul mondo della vita, perché ci si occupi soprattutto del destino della coscienza cristiana. Credenti maturi e testimoni saranno così il miglior contributo alla causa della civiltà del nostro tempo.
Per questo il Convegno ha bisogno di interrogarsi non tanto sul posto dei laici nella Chiesa, ma sui modi con cui tutte le vocazioni, i ministeri e le missioni della Chiesa costruiscono la comunità credente come segno vivo del Vangelo per il mondo. Non si tratta di amministrare una faticosa distribuzione dei compiti o di regolare ruoli che possono diventare conflittuali tra di loro. La relazione tra pastori e laici, tra religiosi e missionari, tra parrocchie e movimenti ecclesiali può aprirsi a una nuova stagione di confronto e di convergenza. Al tempo della puntigliosa ricerca e affermazione della propria identità deve seguire uno sforzo corale dove ciascuno cerca di scorgere sul volto degli altri ciò che manca alla propria vocazione. Non è forse questo il tempo favorevole in cui tutte le anime del cattolicesimo italiano possano parlarsi e confrontarsi, in cui anche le associazioni e i movimenti che li rappresentano possano percepire e vivere la loro esperienza singolare come un’“identità aperta”, attraverso la diversità delle componenti del popolo di Dio e delle ricche tradizioni spirituali delle diocesi italiane?
La triplice vocazione del laico oggi
Nell’ottica della testimonianza si potrà meglio mettere a fuoco la figura del laico. La vocazione laicale raccomanda la cura della formazione, il riconoscimento dei doni di ciascuno, la creazione di nuovi ministeri, la responsabilità che deve essere richiesta e riconosciuta, l’autonomia per l’impegno nel mondo, nella professione, nel terziario, nella pólis, nell’agone politico, negli spazi culturali, nella missione ad gentes. Il laico, come testimone, dovrà “immaginare” un triplice spazio di cura di sé, in particolare la sua vocazione formativa, comunionale e secolare.
Bisogna ritornare prima di tutto a riscoprire la vocazione formativa delle comunità cristiane. L’accento di novità del Convegno ecclesiale è quello di una formazione che abbia una forte armatura spirituale, che sappia rinnovarsi ai fondamenti della vita battesimale (la parola, il sacramento, la comunione), la radice che alimenta tutte le vocazioni e le missioni nella Chiesa. Dove sono oggi i credenti che abbiano la fierezza di dirsi cristiani, dove il nome cattolico non è un’etichetta per schierarsi, ma l’indicazione di una sorgente a cui si alimenta la “speranza viva”? Bisogna ritornare, nelle diocesi e nelle parrocchie, ad essere gli annunciatori premurosi e tenaci della necessità insopprimibile di formare credenti solidi, storie di vita cristiana che possano dire: “io ho visto il Signore!”.
In secondo luogo, si dovrà coltivare la vocazione comunionale del laico. Mai come oggi, il laico deve partecipare al carattere corale della testimonianza, parlare i molti “linguaggi” della testimonianza. Essere testimoni non è un atto isolato, ma si dà solo nella comunione ecclesiale. Il NT non conosce dei profeti isolati, ma semmai pionieri che fanno da battistrada e trascinano dietro di sé la comunità credente. Non si dà testimonianza separata dalla trama di relazioni della comunione ecclesiale. Si profila al nostro orizzonte un tempo dove la Chiesa o sarà la comunità dei molti carismi, servizi e missioni, o non esisterà semplicemente. Dico questo non solo in riferimento al problema urgente e, in alcune regioni d’Italia, drammatico della scarsità del clero e dell’aumento della sua età media. Questa sarebbe ancora una visione funzionale dei carismi e del compito dei laici nella Chiesa e nel mondo. Non bisogna pensare alla testimonianza di tutti come il surrogato a buon prezzo della carenza di ministri del Vangelo. È il Vangelo stesso che esige un annuncio nella corale diversità e complementarità di carismi e missioni. Mi immagino la ricaduta pastorale di questa rinnovata coscienza comunionale della testimonianza. Il laico deve stare attento al pericolo della burocrazia ecclesiastica e, al contrario, deve promuovere la corrente viva della pastorale d’insieme, della lettura dei segni nuovi della vita della Chiesa, dell’animazione di progetti profetici, anche se parziali, della capacità di abitare i linguaggi della cultura, della socialità, della cittadinanza, soprattutto presso le nuove generazioni. Il laico è un uomo della “sinodalità”, capace di “camminare insieme” (syn-odós), soprattutto di aprire strade nuove. Penso a una Chiesa abitata da persone che faranno uscire il laicato dall’essere semplice collaboratore dell’apostolato gerarchico per diventare corresponsabile di una comune passione evangelica.
E, infine, è urgente riattivare il genio cristiano del laico in Italia. Potremmo dire che il genio cristiano del laico si esprime nell’opera di uomini e donne che sono uno spazio personale e associato di discernimento vivo del Vangelo, dove avviene quel “meraviglioso scambio” tra le esperienze della vita e le esigenze del Vangelo. Questi uomini e donne possono assumere nella comunità credente la figura del “cristiano vigilante”, della sentinella del mattino, quella che prevede il sole luminoso attraverso i bagliori dell’aurora. Si tratta di un credente che unifica in sé le forme del cristianesimo incarnato e, insieme, escatologico, capace di mostrare l’altra faccia del Vangelo che non è ancora realizzata nel frammento presente. È un credente che non abbandona la terra per guardare le cose di lassù, ma vede quelle di lassù abitando la terra.
Che cosa significhi questo sotto il profilo di un cammino pastorale è insieme facile e difficile a dirsi. Questa è un’operazione spirituale, pastorale e culturale, perché oggi non è più possibile pensare e praticare un rinnovamento dei modi della vita cristiana nelle chiese locali non solo senza i laici, ma urgentemente con i laici.