Dati storici essenziali

La Chiesa, dopo anni di disgregazione, è alla ricerca di un cammino di riconciliazione, certamente pieno di difficoltà, ma che ciò nonostante deve essere una comune aspirazione di tutti i battezzati.

Occorre premettere, prima di addentrarci nella storia del movimento ecumenico, che con ecumenismo non si vuole indicare una trattativa di pace fra le diverse Chiese per trovare un’improbabile unione - soprattutto dopo secoli di divisioni e di reciproche accuse - ma piuttosto il recupero di una forma di dialogo per una riconciliazione cooperativa, nell’ascolto e nel rispetto reciproco; questo sarebbe già un enorme passo avanti.

Il punto di partenza è la comune fede in Dio Padre, in Gesù Cristo Figlio e in Dio Spirito Santo, lacerata tuttavia da una moltitudine di tradizioni, di storie, di interpretazioni e di Chiese (diverse centinaia) che rendono il cristianesimo una delle religioni più divise al suo interno. Non si tratta di divisioni dovute soltanto a differenze teologiche; c’è purtroppo una lunga storia di persecuzioni reciproche tra cristiani la cui memoria è spesso uno dei più potenti ostacoli che devono essere superati per trovare lo spazio per sviluppare un confronto e un dialogo sincero.

Anche se non sono mai mancati elementi di contrasto, dottrinali e pratici, già nelle primissime comunità (come testimoniano gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di San Paolo), le prime divisioni tra cristiani, i cui effetti durano ancora oggi, hanno avuto inizio circa quattrocento anni dopo la morte di Gesù, intorno alle questioni di fondo della natura di Gesù, vero Dio e vero uomo. In particolare alcune Chiese tra le quali l’armena copta, l’etiope e la siriaca rifiutarono la definizione che fu data durante il Concilio di Calcedonia, nell’anno 451, secondo la quale la natura divina e la natura umana di Gesù sono unite «senza confusione e senza separazione». Oggi queste Chiese vengono chiamate ‘ortodosse orientali’ o ‘precalcedonesi’ perché condividono con gli altri cristiani solo le decisioni dei concili precedenti a quello di Calcedonia.

Da notare come le decisioni dei Concilii sono state motivo di divisione: il Concilio di Calcedonia si conclude con lo scisma dei Giacobiti, Copti, Etiopi e Siriani; il Concilio di Trento (1545-1563) confermala rottura con Lutero e gli altri riformatori; il Concilio Vaticano I è la scintilla per la scissione dei Vecchi Cattolici; al Concilio Vaticano II segue la rottura dei Lefebvriani.

All’origine di un’altra antica grave separazione è di solito citata la scomunica reciproca che nel 1054 la Chiesa Cattolica Romana e il Patriarcato Ortodosso di Costantinopoli si scambiarono e che segna la separazione tra i cristiani cattolici e quelli greco-ortodossi. In realtà la separazione tra ortodossi e cattolici avvenne lentamente, più come conseguenza dello sviluppo di contesti politici, culturali e sociali diversi, che come effetto di atti formali specifici. Tuttavia, anche dopo questa scomunica reciproca vi furono tentativi di riavvicinamento, ma un colpo durissimo alle possibilità di incontro fu dato nel 1204 dalla conquista e dal saccheggio di Costantinopoli, durante il quale furono chiuse le Chiese ortodosse e i cristiani ortodossi furono perseguitati dai crociati (cattolici).

Al 1521 si fa di solito risalire l’inizio di un’altra grande frattura, questa volta all’interno del cristianesimo occidentale. Essa si compie intorno a quanto sostenuto dal monaco agostiniano tedesco Martin Lutero, il quale sosteneva soprattutto due tesi: l’importanza di un rapporto personale e diretto con Dio per la salvezza di ciascun cristiano, e la critica alla corruzione nella Chiesa cattolica, problema questo talmente grave da essere oggetto di discussione da alcuni decenni, anche prima della comparsa di Lutero.

La Chiesa cattolica respinge duramente tutte le richieste di Lutero, scomunicandolo, ma questi argomenti (soprattutto quelli relativi alla corruzione) vengono sostenuti dai principi tedeschi per interessi politici, allo scopo di rendersi indipendenti dal potere politico che  la Chiesa cattolica all’epoca deteneva. Questa politicizzazione del conflitto religioso favorì la sua estensione in gran parte dell’Europa centro-settentrionale. Quando, nel 1546, muore Lutero, le sue idee sono già state riprese e sviluppate da altri, dando vita così ad altre linee di sviluppo della Riforma protestante.

Oltre alla Chiesa luterana nascono infatti già nella seconda metà del XVI secolo le Chiese riformate o presbiteriane che si rifanno a Calvino, Zwingli, Bucero e ad altri. Un’altra linea di sviluppo all’interno della Riforma protestante è quella che vede l’origine della Chiesa anglicana in Inghilterra. Anche questa ha alla base un atto politico, con il quale il re d’Inghilterra Enrico VIII si proclama capo della Chiesa inglese, separandosi da Roma ed espropriando, di conseguenza, tutte le proprietà della Chiesa cattolica in Inghilterra. Il carattere politico della nascita della Chiesa anglicana ha fatto sì che vi siano stati pochi cambiamenti, per quanto riguarda la dottrina, rispetto al cattolicesimo. Ciò nel corso del tempo ha fatto sì che, sebbene la Chiesa anglicana abbia successivamente aderito alla Riforma protestante, modificando in parte il proprio credo, rappresenti ancora oggi una ‘terza via’ tra cattolicesimo e protestantesimo, molto vicina alla Chiesa cattolica.

Nei secoli che sono seguiti il mondo protestante ha prodotto moltissime nuove Chiese, per lo più da divisioni che si sono formate all’interno delle preesistenti Chiese luterana, calvinista e anglicana. In tal modo, nei secoli XVII-XVIII, dai luterani sono nati i pietisti, dai calvinisti i battisti, dagli anglicani i metodisti. Il processo di divisione all’interno del mondo protestante è continuato e continua ancora oggi, dando vita ad una grande varietà di Chiese, di gruppi e di tendenze.

Infatti, se è indubbio che nel corso dei secoli, la cultura europea (potremmo vederla nel quadro della “globalizzazione” di allora) è stata fecondata dal cristianesimo, abbiamo visto come, per contro, anche le differenze etniche e culturali hanno influito sulle Chiese.

Nel corso dei secoli che abbiamo percorso rapidamente, le divisioni si sono radicalizzate al punto che le Chiese europee le hanno esportate negli altri continenti attraverso gli spostamenti migratori e la “Missione”.

Si arriva al XX secolo con una situazione di grande divisione e frammentazione e, soprattutto, di diffusa inimicizia a causa di reciproche persecuzioni e condanne: è in questo contesto che sorgono i primi stimoli di un dialogo tra cristiani.

Il termine Ecumenismo, dalla parola greca oikouméne, che indicava l’intero mondo conosciuto nell’antichità e, quindi, sinonimo per dire tutta la terra abitata, è stato adottato dal linguaggio delle Chiese con  valenza di universalità. Basti pensare al fatto che i Concili vengono sempre denominati ecumenici, ossia universali.

All’interno della Chiesa cattolica, almeno fino al Concilio Vaticano II, si può notare una grossa reticenza all’uso del termine; nel 1950 L’enciclopedia Cattolica alla voce ecumenismo riportava: è la teoria più recente escogitata dai... protestanti... per raggiungere l’unione delle chiese cristiane... Per i cattolici sono precluse le vie dell’ecumenismo nel senso originario del termine. Quanta diffidenza; ma anche che risveglio in questi ultimi anni!

Il Concilio Vaticano II ha saputo dire, come su tanti altri argomenti, una parola nuova, illuminante superando ogni chiusura e difficoltà. Così l’Unitatis Redintegratio, decreto conciliare del 21 novembre 1964, ha indicato i principi cattolici dell’ecumenismo, dichiarando esplicitamente che uno dei principali intenti del Concilio stesso era il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani.

In campo ecumenico sono fiorite notevoli personalità. Ci piace ricordare Visser’t Hooft, primo segretario del Consiglio ginevrino; il card. Bea, primo responsabile del decreto conciliare Unitatis Redintegratio; il patriarca Atenagora, promotore dell’ecumenismo nell’Ortodossia; Giovanni Paolo II, autore della prima enciclica ecumenica Ut unum sint.

Una comune esigenza di unione dei cristiani, all’interno delle singole Chiese, si fa pressante a partire dalla fine dello scorso secolo, quasi che, come per un’improvvisa intuizione, i cristiani si rendano conto che la loro divisione contraddice apertamente alla volontà di Cristo di volere la Chiesa unità. In realtà non si tratta di una fulminea illuminazione: piuttosto si raccolgono solo allora i frutti di anni di silenzioso lavoro scaturito dal desiderio e dalla buona volontà di molti cuori.

Il Movimento ecumenico moderno infatti  incomincia col grande movimento missionario europeo dei secoli 18° e 19°, e con la domanda, “Come annunziare credibilmente, restando divisi, l’evangelo della riconciliazione?”

Esperienze ecumeniche

È nel  XX secolo che si fa strada la sensibilità ecumenica, che si concretizza nella ricerca non di una unione di tutte le Chiese, ancora assai utopistica, ma nello sviluppo di un dialogo basato sul rispetto reciproco e sulla esplorazione di vie per condividere, nella preghiera, la comune fede in Cristo.

È nell’ambiente protestante, estremamente frammentato, che sorgono i primi impulsi ad un dialogo tra diverse Chiese cristiane. La sua prima manifestazione di rilievo avviene nel 1910, data alla quale si fa di solito risalire la nascita del movimento ecumenico: a Edimburgo si tenne la Conferenza delle società missionarie, una riunione di associazioni protestanti che aveva lo scopo di coordinare l’attività missionaria delle Chiese protestanti, in seguito alla constatazione dei danni causati alla missione dalla divisione tra le Chiese. A Edimburgo non erano stati invitati né cattolici né ortodossi, tuttavia durante la seduta conclusiva un metodista inglese disse: «Aspetto con impazienza il giorno in cui avremo una conferenza nella quale ortodossi e cattolici romani potranno discutere con noi le questioni che riguardano il servizio di Cristo». Un’affermazione rivoluzionaria per l’epoca.

Un contributo importante è stato dato dalla Federazione universale delle associazioni cristiane di studenti (protestanti) che, oltre a rapporti con le Chiese protestanti aveva anche relazioni con le Chiese ortodosse: nel 1911, ad esempio, tenne una conferenza a Costantinopoli con la benedizione del Patriarca. Nella conferenza di Edimburgo fu deciso di dar vita ad una organizzazione che permettesse una permanente attività di scambio e di confronto nell’attività missionaria delle diverse Chiese protestanti, per lo meno di quelle che avrebbero aderito. La costituzione di questa organizzazione, che prese il nome di Consiglio Internazionale delle Missioni avvenne nel 1920, un anno fatidico per la storia del movimento ecumenico.

La prima guerra mondiale ebbe tra le sue molteplici conseguenze anche quella di favorire una ricerca di maggiore unità tra i cristiani, già durante il conflitto. Un nuovo movimento, Fede e Costituzione, di grande importanza per lo sviluppo dell’ecumenismo, fu fondato proprio subito dopo la guerra dal vescovo episcopaliano americano Charles Brent. Il vescovo Brent, uno dei partecipanti alla conferenza di Edimburgo, riteneva che per favorire il dialogo tra i cristiani fosse necessario prima di tutto creare delle occasioni di dialogo sulle differenze teologiche e dottrinarie. Nel 1919 egli scriveva: «è necessario creare tra le Chiese cristiane stima e amore. In un clima simile si potrà lavorare a risolvere le divergenze». È fondamentale l’intuizione e quindi la consapevolezza che, per fare questo, le Chiese non dovranno rinnegare la loro tradizione, dovranno invece cercare di spiegarla alle altre, in modo che cattolici, ortodossi e protestanti si sforzino di partecipare gli uni agli altri la rispettiva esperienza di fede. La prima riunione di Fede e Costituzione avviene a Ginevra nel 1920, con la partecipazione di alcune Chiese protestanti, come l’anglicana, e alcune Chiese ortodosse. La Chiesa cattolica, pur invitata, declina l’invito: i tempi non erano ancora maturi.

Vita e Azione è un altro movimento, il cui è animatore e iniziatore Nathan Soderblom, arcivescovo luterano in Svezia, le cui origini si rifanno ad alcuni contatti tra i cristiani dei paesi in conflitto durante la prima guerra mondiale. Caratteristica di questo movimento: tentare di realizzare una sorta di ecumenismo pratico, cioè mettere insieme, al lavoro su obiettivi comuni, cristiani di diversa provenienza, al fine di testimoniare la comune fede in Cristo in attività di assistenza sociale (dalla disoccupazione al sostegno alla famiglia, all’aiuto ai bambini e ai giovani bisognosi, al problema dell’alcolismo, fino alla promozione della pace). L’idea di Soderblom era di agire come se le divisioni dottrinali fossero già state superate. Anche Vita e Azione ebbe la sua prima riunione a Ginevra nel 1920, alla quale parteciparono però solo protestanti. Cinque anni dopo, nell’agosto del 1925, si tenne a Stoccolma la prima Conferenza organizzata da Vita e Azione, alla quale presero parte 600 delegati di 57 nazioni diverse in rappresentanza di 31 differenti Confessioni. Fu in questa occasione che, per la prima volta, così tanti cristiani di così diverse tradizioni poterono pregare insieme nel medesimo luogo, la cattedrale di Uppsala.

Ancora nell’estate del 1920 videro la luce altri due documenti importanti per la storia dell’ecumenismo. Il primo fu una enciclica del patriarcato di Costantinopoli rivolta a tutte le Chiese cristiane del mondo. In questa enciclica il patriarcato formulava alcune proposte per favorire il dialogo nel reciproco rispetto, come, ad esempio, l’adozione di un calendario comune al fine di celebrare il Natale e la Pasqua nel medesimo momento (gli ortodossi celebrano infatti il Natale 12 giorni dopo il 25 dicembre), lo sviluppo di uno studio imparziale delle reciproche teologie nei seminari e nei libri, il rispetto delle usanze delle diverse Chiese, la regolazione del problema dei matrimoni misti e lo sviluppo di forme di mutua assistenza tra le Chiese nelle attività che hanno per oggetto il progresso religioso e la solidarietà sociale.

Il secondo importante documento è una lettera che i vescovi della Chiesa anglicana indirizzarono ‘a tutto il popolo cristiano’, nella quale si affermava la necessità e l’impegno a lavorare per superare le divisioni tra i cristiani. «Noi riconosciamo - si legge nel documento - che tutti coloro che credono in Nostro Signore Gesù Cristo e che sono stati battezzati nel nome della Santa Trinità possiedono assieme a noi la qualità di membri della Chiesa universale del Cristo, la quale è il suo Corpo». Per testimoniare in modo visibile questa unità fondamentale i vescovi anglicani incavano la condivisione di quattro punti fondamentali, che costituivano da sempre l’elemento di unione delle Chiese anglicane:

·         La Bibbia come regola e criterio ultimo della fede.

·         Il Credo niceno-costantinopolitano come professione della fede.

·         I sacramenti del battesimo e dell’ Eucarestia come espressione della comune vita in Cristo.

·         Un ministero riconosciuto da ciascuna parte della Chiesa, che ha in sé la chiamata interiore dello Spirito Santo, ma anche la missione del Cristo e l’autorità su tutto il corpo.

 

Purtroppo il documento anglicano e l’enciclica ortodossa non sono riusciti a suscitare l’entusiasmo del mondo cristiano per il dialogo ecumenico. Tuttavia, una prima tappa deve essere registrata: nel 1920, sebbene in modo ancora molto minoritario, e con ancora forti resistenze da parte cattolica, una pluralità di iniziative e di movimenti evidenzia lo sviluppo di una sensibilità ecumenica che dopo la seconda guerra mondiale e, ancor più dopo i profondi cambiamenti introdotti nella cattolicità dal Concilio Vaticano II, dimostrerà una crescita straordinaria.

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha segnato una svolta epocale in molte cose, tra queste c’è senz’altro l’ecumenismo. A partire dal Concilio la gerarchia della Chiesa cattolica ha abbandonato la sua tradizionale posizione passiva, di attesa, limitata ad appelli rivolti ai non cattolici di ritornare all’interno della Chiesa cattolica e intraprende, invece, il cammino verso un incontro responsabile e rispettoso con gli altri fratelli cristiani. Prima del Concilio la dottrina della Chiesa affermava che «la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica», in tal modo non vi era alcuna possibilità di dialogo con i non cattolici, ai quali infatti erano rivolti soltanto inviti a ritornare nella Chiesa cattolica. Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, il Concilio ha ridefinito in modo radicalmente nuovo la Chiesa di Cristo, affermando che questa «sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità». La Chiesa di Cristo, quindi, è sì presente nella Chiesa cattolica, ma anche nelle altre Chiese cristiane, questo riconoscimento della dignità cristiana dei non cattolici è il presupposto fondamentale per lo sviluppo di ogni dialogo ecumenico.

Ma l’atto ufficiale con il quale inizia l’impegno ecumenico della Chiesa cattolica è il decreto sull’ecumenismo, Unitatis Reintegratio. Per prima cosa si riconosce la validità del movimento ecumenico già esistente al di fuori della Chiesa cattolica, ma la cosa più importante è che l’ecumenismo viene considerato come un bisogno vitale in seno alla Chiesa cattolica e come il frutto di una vera conversione e di un vero rinnovamento della Chiesa: «Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione, poiché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stessi e dal pieno esercizio della carità», in questo spirito diviene importante la preghiera per l’unità, «questa conversione del cuore e questa santità di vita - prosegue infatti il documento - insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei Cristiani, si devono ritenere come l’anima di tutto il movimento ecumenico». Ma impegno dei cattolici è anche lo studio per la conoscenza e il dialogo con i non cattolici: «Bisogna conoscere l’animo dei fratelli separati. A questo scopo è necessario lo studio, il quale deve essere condotto secondo la verità e con animo ben disposto. I cattolici debitamente preparati devono acquistare una migliore conoscenza della dottrina e della storia, della vita spirituale e liturgica, della psicologia religiosa e della cultura, propria dei fratelli. A questo scopo molto giovano i congressi, con la partecipazione di entrambe le parti (...) dove ognuno tratti da pari a pari (...). In questo modo si verrà a conoscere meglio il pensiero dei fratelli separati e a loro verrà esposta con maggiore precisione la nostra fede».

 

La comunione tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente è stata approfondita da numerosi incontri e dialoghi, tanto tra la Chiesa cattolica romana e le Chiese ortodosse quanto con le Chiese riformate e le antiche Chiese orientali.

Dal punto di vista ecumenico, la Dichiarazione sulle diverse cristologie (1993) tra le Chiese ortodosse e le Chiese precalcedonesi è molto significativa.

Le Chiese Ortodosse e quelle evangeliche sorte dalla Riforma hanno fondato nel 1959 La Conferenza delle Chiese Europee con l’intento di favorire la testimonianza ed il servizio comuni all’interno della società europea. Ed è appunto in Europa che è stato fondato il Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Per fornire la Chiesa di uno strumento efficace per lo sviluppo dell’ecumenismo il Concilio istituì il Segretariato per l’Unione dei Cristiani, poi trasformato in Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, al fine di sviluppare un’attività permanente di conoscenza, di dialogo e di scambio con tutti i cristiani non cattolici interessati all’ecumenismo. Oggi il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani è sicuramente uno dei mezzi più importanti e più sensibili del movimento ecumenico, la Chiesa cattolica, infatti, ha scelto la via dei dialoghi diretti con le altre Chiese cristiane, attraverso la formazione di commissioni bilaterali, mentre altri, come nel caso del dialogo tra protestanti e tra protestanti e ortodossi, hanno preferito la formazione di organismi collegiali, come il Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese

Al di fuori della Chiesa cattolica, il cammino del movimento ecumenico ebbe una forte ripresa fin dalla fine della seconda guerra mondiale. Ad Amsterdam, nel 1948, 147 tra le Chiese protestanti, anglicane e ortodosse dettero vita al Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), «un’associazione fraterna di Chiese che accettano Nostro Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore», come dichiara la base da tutti condivisa. Il CEC non è e non intende essere una super-Chiesa o comunque una struttura ecclesiastica unificata indipendente dalle Chiese, le Chiese appartenenti al CEC mantengono ciascuna la propria identità religiosa, di tradizione e di dottrina. Il CEC non esprime una posizione specifica su temi particolari, come fanno invece singolarmente le diverse Chiese, allo stesso modo il CEC non elabora una teologia della Chiesa. Il CEC intende essere una risposta provvisoria alle divisioni che separano le Chiese. In questo spirito le Chiese ortodosse, anglicane e protestanti che sono riunite nel CEC si impegnano a ricercare i punti di contatto con i fratelli separati, rivolgendo una attenzione particolare alla Bibbia. Il CEC è un luogo di incontro nel quale possono essere organizzati scambi tra le Chiese e anche forme di collaborazione in attività sociali particolari. Scopo del CEC è di favorire il più possibile la crescita della spiritualità ecumenica in ciascuna Chiesa aderente, senza imporre linee di sviluppo e soluzioni omogenee alle difficoltà della reciproca comprensione.

Nel CEC sono confluiti i movimenti che abbiamo visto essere alle origini dell’ecumenismo, Vita e Azione, Fede e Costituzione e, dal 1961 anche il Consiglio Internazionale delle Missioni. Sempre nel 1961 la base dottrinale che è necessario condividere per entrare a far parte del CEC fu ampliata per inserire, accanto alla professione di fede in Gesù Cristo come Dio e Salvatore anche quella nella Trinità e la fedeltà alla Bibbia: «Il Consiglio Ecumenico delle Chiese è una comunità di Chiese che, fedeli alla Scrittura, riconoscono nostro Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore e, di conseguenza, mirano a compiere la missione per cui sono state chiamate, per la gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo». Oggi fanno parte del CEC oltre 300 Chiese.

Nel 1969 papa Paolo VI andò in visita alla sede del CEC a Ginevra. Questo atto di apertura, a pochissimi anni dalla fine del Concilio, fece pensare a molti che anche la Chiesa Cattolica sarebbe entrata in breve tempo nel CEC, cosa però che non avvenne e non è ancora avvenuta. Tuttavia le relazioni tra la Chiesa Cattolica e il CEC sono andate sempre più sviluppandosi, principalmente con la Costituzione di commissioni comuni impegnate nello studio di aspetti specifici dell’ecumenismo. La più vecchia è il Gruppo Misto di Lavoro, formato nel 1965 per coordinare, promuovere e valutare i rapporti tra CEC e Chiesa Cattolica. Teologi rappresentanti della Chiesa cattolica fanno parte a pieno titolo anche della Commissione Fede e Costituzione, impegnata all’interno del CEC nello studio delle questioni dottrinali. In altre commissioni vi sono alcuni cattolici che hanno un ruolo di consultori e non di membri effettivi. Insomma, anche se la Chiesa Cattolica non è ancora membro a tutti gli effetti del CEC ha sviluppato e continua a sviluppare relazioni importanti con alcuni organismi del CEC.

Tappe di percorso significative

1.        Nel 1910, ad Edimburgo, fu istituita la Conferenza internazionale missionaria. Da questa esperienza nacquero tre grandi filoni:

·         Consiglio Missionario Mondiale - problemi delle missioni.

·         Fede e Costituzione (Faith & Order) - problemi della teologia dogmatica.

·         Vita e Azione (Life & Work) - problemi della teologia pratica.

Per il momento ci soffermiamo sui numeri due e tre, che sono di differente enfasi. Il secondo si concentra sulla discussione congiunta; il terzo sull’azione congiunta. Il lavoro si sviluppa e si raccolgono i frutti di riunioni importanti: Vita/Azione a Stoccolma nel 1925; Fede/Costituzione a Losanna nel 1927; e di nuovo Vita/Azione a Oxford nel 1937.

Con il passare degli anni si comprende che non si può lavorare l’uno indipendentemente dall’altro. Interviene quindi la riunione congiunta a Utrecht, 1938, e la decisione di formare il CEC. Ma sopraggiunge la guerra, durante la quale molti contatti sono perduti...ma non tutti.

2.        I  tre grandi movimenti sorti ad Edimburgo confluiscono alcuni anni più tardi nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) fondato ad Amsterdam nel 1948, cui oggi appartengono 339 comunità cristiane, praticamente tutte quelle presenti nel mondo eccettuata la Chiesa cattolica. La prima Assemblea del CEC era incentrata sul tema: “Il disordine dell’uomo e il disegno di Dio”; 351 delegati da 147 chiese membro (purtroppo allora vigeva ancora il divieto assoluto di partecipazione espresso dalla Chiesa Cattolica Romana).

Rilevante il fatto che il contributo maggiore in tutti questi sviluppi è stato dato da giovani e membri della Federazione Mondiale di Studenti Cristiani (World Student Christian Federation).

3.        Il CEC si sviluppa e nella Seconda Assemblea nel 1954 a Evanston (USA) sono presenti 532 delegati da 161 chiese membro.

Anche il Consiglio Missionario Mondiale aveva tenuto una serie di riunioni importanti:

1921 Lake Mohonk (USA);

1923 Oxford;

1928 Jerusalem;

1938 Madras;

1947 Whitby (GB);

1952 Willingen (Germania);

1958 Ghana. Assistiamo a questo punto ad un processo di avvicinamento tra Consiglio Missionario Mondiale e il CEC, e la fusione è decisa nel Ghana. Il CEC avrà dopo la fusione una “Divisione per l’Evangelizzazione Mondiale e per le Missioni”.

4.        1961 -Terza Assemblea del CEC a Nuova Delhi con 577 delegati da 197 chiese membro, e con un gruppo di 5 osservatori ufficiali dalla Chiesa Cattolica Romana. Ne derivano importantissimi eventi:

·         fusione con Consiglio Missionario Mondiale;

·         entrano come membri grandi chiese ortodosse dall’Europa orientale.

·         Gli osservatori Cattolici Romani erano a Nuova Delhi perché i preparativi per il Concilio Vaticano Secondo erano iniziati nel 1959 e il Concilio stesso si è riunito da Ottobre 1962 fino a Dicembre 1965, portando, come già ricordato, tra altre cose importanti, l’apertura ufficiale al discorso ecumenico e l’istituzione di rapporti, sempre più sviluppati, con il CEC.

5.        1968 Quarta Assemblea del CEC a Uppsala, con 704 delegati da 235 chiese, e “numero considerevole” di osservatori delegati della Chiesa Cattolica Romana. Vengono a questo punto formati piani per creare vari comitati e gruppi di lavoro congiunti, incluso SODEPAX una commissione congiunta con due segretari - uno Cattolico e l’altro nominato dal CEC.

Subentra ora un altro elemento - in una riunione tenuta nel 1907 a Roma, ma senza la partecipazione Cattolica Romana - era stato formato il Consiglio Mondiale per la Formazione Cristiana (World Council for Christian Education). Esso aveva avuto una vita indipendente con riunioni significative nel 1954 a Francoforte; 1958 a Tokyo; 1967 a Nairobi, e 1971 a Lima, avvicinandosi sempre di più al CEC.

6.        1975- Quinta Assemblea del CEC a Nairobi, con 676 delegati da 285 chiese, e il Consiglio Mondiale per la Formazione Cristiana si fonde con il CEC nella forma di un dipartimento per la formazione e l’educazione nella Divisione per l’Azione Ecumenica. La collaborazione generale tra il CEC e la Chiesa Cattolica Romana è molto estesa.

7.        1983- Sesta Assemblea del CEC a Vancouver, con 847 delegati da 301 chiese membro.

Si iniziano piani per una grande Conferenza Mondiale sulla Missione (San Antonio -1989) e per un’azione conciliare con la Chiesa Cattolica sulla Giustizia, la Pace e la Salvaguardia della Creazione, che sfortunatamente non realizzerà tutte le speranze. Dalla metà degli anni ‘80 gli sviluppi ecumenici risultano rallentati.

8.        Per completare il quadro- 1991 Settima Assemblea del CEC a Canberra, Australia, con 842 delegati da 317 chiese membro.

La citazione del numero dei partecipanti per tutte le assemblee ha lo scopo di dimostrare la crescita, ma anche di sottolineare l’aumento dei problemi, perché con l’ingrandirsi del CEC le diversità d’opinione e d’interesse diventano sempre più grandi.

Europa: la KEK e il CCEE.

L’ingrandimento del CEC significava più difficoltà nel discutere problemi specifici delle diverse regioni del mondo. Come risultato, negli anni ‘50 sono fondati consigli ecumenici regionali anche in Europa.

·         Gennaio, 1959, prima assemblea della Conferenza delle Chiese Europee (KEK), con 45 chiese participanti.

·         1960- seconda assemblea.

·         1962- terza assemblea e i primi contatti con la Chiesa Cattolica Romana. 

 

Negli anni successivi i contatti si fanno sempre più vivi e il Consilium Conferentiarum Episcopalium Europae 1971 (CCEE) diventa realtà.

Si riconoscono KEK e CCEE  come interlocutori che dal 1971 iniziano delle riunioni annuali dei rispettivi rappresentanti. Nel 1976 queste riunioni di “rappresentanti” si trasformano in Comitato Congiunto CCEE/KEK che esiste tutt’ora. Il programma consiste in informazione vicendevole, risoluzione di problemi specifici, e azione congiunta per l’ Irlanda.

·         1973 -Incomincia a circolare l’idea di riunioni su scala più larga che sboccia nel concetto di “Incontro Ecumenico Europeo”.

·         Aprile, 1978- Primo Incontro Ecumenico Europeo a Chantilly. Tema: “Essere Uno affinché il Mondo Creda”.

·         Novembre, 1981 -Secondo Incontro Ecumenico Europeo a Logumkloster, Danimarca. Tema “Chiamati ad una Speranza”.

·         Ottobre, 1984- Terzo Incontro Ecumenico Europeo a Riva del Garda (Trento). Tema “Nostro Credo - Fonte di Speranza”. Grande culto di riconciliazione nella cattedrale di Trento, e l’idea di un’assemblea europea incomincia a prendere forma.

·         Settembre/Ottobre 1988 - Quarto Incontro Ecumenico Europeo a Erfurt. Tema: “Venga il Tuo Regno”.

·         Maggio, 1989 -la grande Assemblea Ecumenica Europea a Basilea con il tema “Pace e Giustizia”, con la partecipazione di 350 delegati Cattolici e lo stesso numero di delegati della KEK, e un grande numero di interessati.

·         Novembre, 1991 -Quinto Incontro Ecumenico Europeo a San Giacomo di Compostela. Tema: “Secondo la Tua Parola - Missione e evangelizzazione in Europa oggi”.

·         Giugno 1997 -Seconda Assemblea Ecumenica Europea a Graz, Austria

·         1999 -S.Gallo. Viene concordata la bozza della Charta Oecumenica, da cui scaturisce:

·         Aprile 2001 Strasburgo  - La «Charta Œcumenica» per la collaborazione tra le Chiese in Europa 

Prima della Carta Œcumenica bisogna anche ricordare la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale. Si tratta di un importante riavvicinamento bilaterale, su uno dei temi dottrinali che più hanno pesato nei rapporti tra riforma e ortodossia cattolica. Pur non risolvendo definitivamente la dialettica dottrinale su tale argomento, la dichiarazione ha il significato di un forte avvicinamento sul tema della Grazia di Dio nei confronti dell’uomo peccatore ed è premessa per ulteriori, importanti approfondimenti su tale problematica. Siamo comunque arrivati ad una consapevolezza ecumenica sul fatto che nucleo fondamentale della fede cristiana, non è una determinata formulazione dottrinale, ma l’evento Gesù Cristo come vera iniziativa divina di grazia, di perdono e di rinnovamento di vita.

Oggi circa trecento Chiese e Comunità ortodosse, cattoliche, protestanti e anglicane si riconoscono come una associazione fraterna di Chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture e che si sforzano di rispondere insieme alla loro comune vocazione a gloria dell’unico Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. 

Nel corso degli anni il CEC ha elaborato in sede di commissioni una continua riflessione dottrinale atta a creare una conciliarità fra le diverse chiese in vista della convocazione di un Concilio al quale tutte le Chiese possano partecipare. In particolare nel 1982, il dipartimento Fede e Costituzione, al quale appartiene anche una nutrita delegazione cattolica, ha pubblicato un importantissimo documento sui Sacramenti del Battesimo, dell’ Eucarestia e del Ministero.

 

Sebbene i primi passi per un movimento ecumenico siano stati mossi fin dagli inizi del secolo XX, la Chiesa Cattolica, entra a far parte di organismi ecumenici solo all’indomani del Concilio Vaticano II: è stato necessario un preliminare e lungo camino di conversione all’interno.

Già durante lo scorso secolo sono in molti a credere nell’ecumenismo, ma - secondo la mentalità ricorrente all’epoca - si pensa che tutto ciò si debba concretizzare non tanto attraverso il dialogo quanto con vaste attività apologetiche che ben presto si trasformano  nel tentativo, ovviamente fallito, di ricondurre sulla retta via tutti i fratelli separati, riportandoli all’interno della Chiesa Cattolica. Come già detto è il Vaticano II a dare una svolta decisiva e corretta all’interpretazione dell’ecumenismo all’interno del cattolicesimo. A termini come apologia, unionismo è ben presto preferita la parola dialogo.

Oggi la Chiesa di Roma partecipa attivamente a molte Commissioni al livello internazionale, come il CEC, che in questi anni hanno pubblicato molti documenti, alcuni di grandissimo valore, destinati alla riflessione delle singole chiese, perché, sulla base delle differenze dottrinali rilevate, possano essere superate le divergenze che tutt’oggi separano l’Unica Chiesa di Cristo.

Il movimento ecumenico necessita non solo dell’impegno delle Chiese in ordine allo loro gerarchia, ma è anche e soprattutto attraverso l’impegno di ogni singolo credente che si realizza un cammino ecumenico. Ciò è apparso ben chiaro a Strasburgo, nel 2001, ove ha visto la luce la Charta Oecumenica, seguita da ulteriori esperienze: Ottmaring 2002, Berlino 2003. (v. relativa Sezione)

Occorre saper dialogare e quindi ascoltare, apprezzando i valori autenticamente cristiani presenti nelle altre chiese e nelle loro tradizioni. Il Concilio Vaticano II ha esortato tutti noi cattolici a correggere i pregiudizi ancora esistenti nei loro confronti (UR 4; 9-11).

L’ecumenismo apre dunque un vasto orizzonte di riconciliazione, di unità e di cattolicità fra le chiese scandalizzate dalla loro separazione. La divisione oscura la credibilità della testimonianza evangelica e ne ostacola la divulgazione, contraddicendo la stessa preghiera di Gesù: perché tutti siano una sola cosa, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,21).

 

Le Chiese interlocutrici, insieme a quella cattolica, nel dialogo ecumenico

Chiesa Ortodossa

La parola chiesa deriva dal greco ekklesia, compare nei Vangeli, negli Atti degli Apostoli e nelle lettere di S. Paolo con il senso di comunità cristiana. L’aggettivo ortodossa - che significa retta fede e retto culto - ne esprime l’autenticità: la Chiesa ortodossa mantiene inalterata la Parola così come è stata rivelata dal nostro Signore Gesù Cristo, in continuità diretta con la tradizione apostolica delle origini. La fondazione della chiesa è dovuta all’intervento di Dio nella storia dell’umanità, mediante l’incarnazione, la crocifissione, la resurrezione, l’ascensione del Figlio di Dio e la discesa dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste.

La storia della Chiesa Ortodossa inizia formalmente col grande scisma del 1054, ma è necessario ripercorrere almeno i punti essenziali della storia del Cristianesimo soffermandosi in particolare sui Concilii Ecumenici, grandi assemblee dei Vescovi, le cui decisioni sono vincolanti per l’intera Chiesa Universale.

I Concili ecumenici     

Con l’editto di Milano ( 312 d. C) - emanato da Costantino - che concede ai Cristiani la libertà di professare il loro culto e in particolare con il successivo editto di Teodosio I (380), che proclama il Cristianesimo religione di stato, l Impero romano diventa cristiano. Costantino stesso modifica le leggi secondo alcuni principi evangelici, presto però prevalgono gli aspetti negativi del sistema e le interferenze inevitabili tra le due sfere di potere .

Nel 325 a Nicea viene convocato il I Concilio ecumenico, in cui si formula la fede nella stessa natura del Padre e del Figlio. Intanto Costantino si occupa di trasferire la capitale a Bisanzio (330), che definisce nuova Roma, favorendo ulteriormente la possibilità degli imperatori di intervenire nelle questioni religiose. Nel 381 a Costantinopoli il II Concilio ecumenico giunge alla formulazione del Credo, conosciuta col nome di Simbolo niceno-costantinopolitano.

Nel 431 ad Efeso il III Concilio ecumenico afferma che in Gesù la divinità e l’umanità sono unite nell’unica persona del Verbo, Figlio di Dio e che Maria , madre di Gesù, è anche madre di Dio (Theotokos). Nel 451 a Calcedonia il IV Concilio ecumenico, afferma che le due nature del verbo incarnato sono unite senza confusione né cambiamento, senza divisione né separazione.

Rifiutarono le decisioni di questo concilio le Chiese Orientali non greche, (Copta, Etiopica, Siro-Giacobita ed Armena) che adottarono altre confessioni di fede .

Fino all’ XI secolo si registra un progressivo allontanamento tra Costantinopoli e Roma, a causa di diverse questioni, quali la fondazione dell’impero occidentale, la crescita del potere papale e l’introduzione del Filioque nel Credo. L’incoronazione imperiale di Carlo Magno nell’anno 800 indica la rottura dell’unità politica della Cristianità: dall’unico impero terrestre che doveva essere l’icona dell’unico Regno celeste, nascono due imperi.

La fondazione dell’Impero occidentale indebolisce la posizione dell’Impero bizantino e del Patriarcato di Costantinopoli, favorendo la crescita del prestigio e del potere temporale del papa.

Per quanto riguarda la questione del Filioque, dal VI secolo compare in Occidente la professione di fede con un’inserzione nel punto in cui si recita ... lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.... L’ espressione aggiunta viene subito denunciata dal patriarca Fozio perché si differenzia dalla formula orientale.

Il grande scisma    

Con questo nome si definisce la secolare divisione dell’unica Chiesa di Cristo, nell’anno 1054, quando ormai sembra regnare solo l’ incomprensione tra i due mondi cristiani. Da questo momento la Chiesa Occidentale si definisce Cattolica, quella orientale Ortodossa. Papa Leone IX sopprime l’Arcivescovado greco dell’Italia del Sud per integrarlo in quello latino di Benevento e viene accusato dai patriarchi orientali di voler estendere il suo potere temporale, usurpando territori che appartenevano all’Impero bizantino. L’imperatore di Bisanzio Costantino IX tenta di riconciliare le due chiese, convocando un concilio, ma i rappresentanti delle due comunità non riescono a sostenere il dialogo per l’atteggiamento prevenuto che esse assumono reciprocamente. Sul filo degli equivoci e delle incomprensioni, immediatamente vengono inviati i primi documenti di scomunica reciproca, la quale persisterà fino al 7 dicembre 1965, quando a Roma e a Costantinopoli si pronuncia la cancellazione della scomunica dalla memoria della Chiesa.

Il cammino della Chiesa Ortodossa   

L’opera missionaria della Chiesa Ortodossa fu strettamente legata alla politica estera imperiale, come del resto accade anche per le missioni occidentali.

Furono organizzate spedizioni missionarie presso gli Unni, presso i Croati ed i Serbi dei Balcani, presso i Bulgari, i Moravi e i Russi.

Dopo gli effetti devastanti della IV Crociata, che vide il saccheggio e l’occupazione di Bisanzio da parte dei Latini e dei Veneziani, nel 1261 l’imperatore Michele VII Paleologo si rivolse al Papa chiedendo aiuto e offrendo in cambio l’unione della Chiesa Ortodossa con la Chiesa Cattolica. Lo stesso fecero più tardi altri imperatori, ma i concili unionisti di Lione (1274) e di Ferrara-Firenze (1438-39) non raggiunsero i risultati sperati. In tali condizioni storiche la Chiesa Ortodossa ebbe notevoli difficoltà, sia a causa dei Crociati cattolici che dei Musulmani: ad Antiochia e a Gerusalemme, conquistate durante la prima crociata (1098-1099) i latini insediarono i loro patriarchi cacciando quelli ortodossi, costretti a ritirarsi a Costantinopoli. Dopo la riconquista delle due città da parte dei Musulmani, gli Ortodossi possono eleggere di nuovo i loro patriarchi.

Agli inizi dell’Impero ottomano, il sultano Maometto II permette ai Cristiani di eleggere il loro patriarca e lo nomina Etnarca, cioè capo della comunità cristiana, considerata come una sola nazione. Così la Chiesa acquista un ruolo importantissimo nel mantenere viva la coscienza nazionale dei diversi popoli cristiani inglobati sotto il dominio turco; il Patriarca di Costantinopoli riveste un potere religioso e civile quasi illimitato non solo sui fedeli del suo patriarcato, ma anche sugli altri patriarcati orientali; egli può giudicare i Cristiani secondo le loro leggi e riscuotere da loro le tasse. In cambio di questa relativa tolleranza, ai Cristiani viene vietata ogni missione tra i Turchi e la costruzione di nuovi edifici di culto. Molte chiese vengono trasformate in moschee, a partire da Santa Sofia. La sede del patriarcato deve trasferirsi diverse volte finché si stabilisce nella chiesa di San Giorgio al Fanar, dove tuttora si trova.

Il secolo XIX anche per l’oriente cristiano si configura come un periodo di risorgimento nazionale in cui cambia la fisionomia del mondo ecclesiastico : quando un popolo diventa autonomo e indipendente, anche la sua Chiesa tende verso l’autonomia.

Accanto alle antiche chiese autonome - Costantinopoli, Alessandria, Antiochia , Gerusalemme e Cipro - anche la Russia diventa autonoma, seguita nel 1833 dalla Grecia, dalla Chiesa Ortodossa del Regno serbo nel 1879, dalla Chiesa Ortodossa Ucraina e della Georgia nel 1918, dalla Bulgaria, la cui autonomia ecclesiastica viene riconosciuta solo nel 1945; nel 1948 è la volta della Chiesa Ortodossa della Polonia e nel 1951 di quella Cecoslovacca.

Con i suoi circa 170-180 milioni di fedeli di etnia greca, slava, romena, araba, asiatica, africana, americana ed anche europea occidentale (in Italia sono circa 32000), la Chiesa Ortodossa presenta oggi una certa universalità geografica.

La struttura attuale della Chiesa Ortodossa è decentrata: si tratta di un insieme di Chiese locali autonome, in cui ognuna ha diritto di eleggere i propri vescovi.

Profilo dottrinale   

La sintesi della dottrina ortodossa si trova nel Credo niceno-costantinopolitano, mantenuto senza alcuna alterazione:

La Chiesa Ortodossa professa la fede nel Dio uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo, nella divinità e nell’umanità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato.

Essa venera  Maria, in quanto Madre di Dio e venera anche i Santi, quali modelli di vita cristiana. La Chiesa è assolutamente necessaria alla salvezza in quanto al suo interno ha luogo il processo di santificazione dell’uomo e del cosmo, mediante l’opera dello Spirito Santo.

La visione ortodossa è di tipo globale, per cui non dissocia la dottrina dalla vita, la fede dalla spiritualità, la teologia dalla mistica. Questo tipo di concezione ha le sue radici in Oriente, come riconosce il Concilio Vaticano II quando afferma: Dall’Oriente si è diffuso il messaggio di Cristo, annunciato dagli apostoli quali orientali; in Oriente sono nate le prime comunità cristiane; in Oriente si sono riuniti i sette Concili ecumenici i quali hanno formulato i dogmi della fede cristiana; dall’Oriente vengono le forme di culto ed è l’Oriente patria del monachesimo e della mistica cristiana. (cfr. Decreto sull’ecumenismo, nn. 14-17).

Alla sacra Scrittura si affianca la sacra Tradizione che comprende oltre al Simbolo niceno-costantinopolitano, le decisioni dogmatiche dei Concili, i libri di culto e le opere dei Padri, tra i quali godono di particolare autorità i santi Atanasio, Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno, Massimo il Confessore, Giovanni Damasceno, il patriarca Fozio, Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Palama ed altri, senza ignorare i Padri latini.

Mentre la chiesa cattolica tende a dare una importanza principale alla figura di Cristo, quella ortodossa attribuisce pari importanza ad una teologia riferita allo Spirito Santo.

La Chiesa è il luogo in cui il credente partecipa attivamente alla vita di Cristo, mediante i sacramenti, riguardo al numero dei quali la chiesa ortodossa non ha formulato una decisione, ma ormai è generalmente accettato il numero di 7.

Soffermandoci sulle differenze nell’uso liturgico, nel Battesimo gli ortodossi immergono totalmente nell’acqua il candidato per tre volte, indicandone la morte al peccato e la resurrezione alla nuova vita in Cristo, attraverso l’azione del Dio unico e trino.

Per quanto riguarda l’ Eucarestia, la Comunione viene sempre fatta con col pane e col vino insieme.

Pur affermando l’indissolubilità del Matrimonio, la Chiesa ortodossa celebra anche il secondo e il terzo Matrimonio tra divorziati, sostenendo che Dio vuole che il peccatore non muoia, ma che si penta e viva.

Il sacramento chiamato Unzione degli infermi assume un carattere specificamente penitenziale e viene celebrato anche per quei fedeli che non sono ammalati fisicamente, ma che sentono una profonda sofferenza spirituale.

Atteggiamento ecumenico    

Se per ecumenismo si intende lo sforzo di ricostruire l’unità visibile della Chiesa, tutta la storia della Chiesa Ortodossa appare ecumenica. La restaurazione dell’unità visibile della Chiesa non è un problema di centralizzazione ecclesiastica né di uniformità confessionale, bensì di comune fede. Una delle prime iniziative ecumeniche del nostro secolo appartiene al Patriarcato di Costantinopoli (1920) .

Fin dal 1925 le Chiese Ortodosse partecipano con i loro rappresentanti alle assemblee ecumeniche ed insieme ai Protestanti costituiscono il Consiglio Ecumenico delle Chiese.

L’ Ortodossia è presente nei dialoghi ecumenici con quasi tutte le famiglie confessionali, con la Chiesa Cattolica i rapporti - come si è detto - sono ripresi il 5 gennaio 1965, quando a Gerusalemme il Papa Paolo VI ed il Patriarca Atenagora I diedero inizio al cosiddetto Dialogo della carità.

Interessante ricordare i documenti: “Orientalium Ecclesiarum” - Concilio Vaticano II - DECRETO sulle Chiese Cattoliche Orientali e “La luce dell’Oriente” - Appello all’unità con le Chiese orientali nel centenario della Orientalium dignitas di papa Leone XIII, Lettera apostolica di Giovanni Paolo II - 1995

Il vero progresso del Cristianesimo orientale non dipende dalla soppressione di diverse tradizioni religiose a vantaggio di altre, ma dalla volontà dei membri della Chiesa di intraprendere una feconda collaborazione e di sostenere un dialogo basato sulla cordialità e sulla comprensione.

Chiesa Valdese

Il cammino della Chiesa Valdese   

L’origine del movimento valdese risale a Valdo, un ricco mercante di Lione che, alla metà del XII sec., in seguito a riflessioni maturate dalla lettura del Vangelo, decise di disfarsi di tutte le sue ricchezze, di metterle in comune con i bisognosi e di dedicare la sua vita alla predicazione del Vangelo. Fu ben presto affiancato da numerosi discepoli che divulgarono il messaggio cristiano vivendo in assoluta povertà e dedicando la vita ad una continua predicazione itinerante.

Si noteranno le similitudini sussistenti tra la vita di Valdo e quella di S. Francesco; in effetti il paragone è già stato più volte proposto, tanto che alcuni storici delle religioni sono convinti che se Valdo avesse ottenuto dal papa l’approvazione del suo movimento (come Francesco l’ebbe della sua regola), ora si ricorderebbe il ricco francese tra i santi invece che tra gli eretici. Di fatto Alessandro III negò alla comunità dei poveri di Lione il permesso di predicare; essi si costituirono in una confraternita regolata dai tre voti monastici di povertà, castità ed obbedienza, con un ramo maschile ed uno femminile. Il divieto non fermò Valdo né (anche in seguito alla sua morte avvenuta nel 1206) i suoi seguaci, che - sebbene scomunicati - continuarono a predicare ed allo stesso tempo a credere nella Chiesa romana indivisibile e nel sacerdozio coi suoi poteri sacramentali.

Più staccati dalla Chiesa di Roma si dimostrarono i valdesi che operarono in Lombardia; in un sinodo del 1218 la posizione di questi ultimi prevalse su quella che era stata di Valdo. A partire da questo momento il conflitto con la Chiesa ufficiale divenne aperto e si giunse a quella scissione che Valdo non avrebbe voluto. I valdesi furono più volte perseguitati duramente dall’Inquisizione, tanto che furono costretti a ritirarsi nelle campagne e poi in zone simili a ghetti, finche di essi non rimase praticamente traccia se non nel nord Italia.

Il momento di svolta più importante nella storia dei valdesi è costituito dalla loro adesione alla Riforma. Fino ad allora non si erano proposti una controversia dottrinale con Roma e la loro teologia rimase fondamentalmente cattolica, anche se rifiutavano la dottrina del Purgatorio, le preghiere per i defunti e l’Ave Maria. Nel 1532 i valdesi aderirono alla Riforma: il valdismo medievale fu costretto a numerosi compromessi con il movimento riformatore (si accettò, ad esempio, una minor rigidità nella comunanza dei beni, l’indicazione a stabilire una sede fissa per i predicatori fino ad allora itineranti, etc). La partecipazione dei valdesi ai riti della chiesa cattolica venne condannata. Solo in questo momento i valdesi radicalizzano la loro separazione da Roma e la fondano teologicamente; costruirono le prime chiese e introdussero il culto pubblico. Adottarono una costituzione di tipo calvinista.

A metà dell’ 800, per influenza di un movimento chiamato risveglio ginevrino, i valdesi furono tra i più convinti sostenitori della necessità di una totale divisione tra stato e chiesa, in nome dalla libertà di coscienza e di culto. In quegli anni era cominciata una sorta di dialogo non polemico tra i valdesi ed i cattolici liberali (sede di tali incontri fu anche Firenze, grazie all’interessamento del Viesseux) che mirava al rinnovamento della chiesa come frutto delle diverse esperienze maturate. L’influenza del risveglio ginevrino, però, portò i valdesi a cominciare un’ opera di evangelizzazione piuttosto aggressiva e impositiva che rese impossibile la collaborazione con i cattolici.Si sviluppò allora tutta una letteratura di controversia confessionale, che dimostrò soprattutto quanto poco i contendenti si conoscessero. Questo avvenne perché dall’ epoca della Riforma cattolici e protestanti non avevano più avuto rapporti diretti tra loro e a farli incontrare non erano bastate neppure le leggi sulla libertà di culto delle democrazie dell800 (le leggi non sono sufficienti a creare la libertà interiore necessaria per un dialogo pacifico e fraterno). Sempre a metà dell800 è da rilevare un grande flusso migratorio di Valdesi, soprattutto giovani, verso il Sud America. Proprio in America latina si trova tuttora uno dei cinque distretti in cui si suddivide amministrativamente la chiesa valdese (gli altri quattro sono in Italia).

In epoca fascista i valdesi mantennero un atteggiamento prudentemente ostile; nel dopoguerra fondarono due importanti centri sociali per l’assistenza alle classi disagiate e la formazione scolare a Palermo e a Milano.

Profilo dottrinale    

È necessario distinguere tra il valdismo medievale e quello riformato.

Caratteri tipici del valdismo medievale sono:

1.        La riabilitazione teologica del laicato: il valdismo medievale era laico, come laico fu sempre Valdo; non fondò un ordine monastico, ma rivendicò il diritto dei laici all’evangelizzazione. Il laicato ridivenne così protagonista della vicenda cristiana: rendendosi responsabile della predicazione il laico non è solo destinatario di un messaggio, ma anche messaggero. C’è una chiara tendenza a ridefinire la chiesa a partire dalla sua base laicale, da questo derivano alcune conseguenze:

·         il sacerdozio è ridimensionato nelle sue funzioni; la predicazione non è più monopolio clericale (come continuano ad essere la celebrazione e l’amministrazione dei sacramenti).

·         la riqualificazione ministeriale della donna: anche la donna valdese predica ed insegna (questo fu uno dei motivi più forti della scomunica).

·         rivalutando il laicato e fondando una confraternita laica, si combatte contro la gerarchia ecclesiale.

 

2.        Predicazione del Vangelo: i valdesi sorgono come comunità di predicatori con la missione della diffusione popolare e capillare del Vangelo.

Tale predicazione è:

·         itinerante (si noti la differenza con la stabilità tipica del prete cattolico), sul modello della primitiva predicazione cristiana e in conformità a 2 Timoteo 2, 1 (la parola di Dio non è incatenata; il che implica che non deve esserlo neppure la predicazione di tale parola).

·         biblica: grande importanza è data all’apprendimento anche a memoria dei testi sacri considerati come l’unica vera autorità. Valdo fece tradurre in volgare molti libri biblici.

·         propaga il messaggio di vita apostolica quale è formulato nel Discorso della Montagna, che deve essere tradotto in pratica nella vita quotidiana del cristiano.

 

3.        Povertà:

in funzione della predicazione per dare più credibilità alla diffusione del messaggio di Cristo e per dimostrare che la loro attività non era prezzolata dal potere;

in polemica con la chiesa del tempo, ricca e perfettamente inserita nel sistema sociale del feudalesimo (si noti l’uso anche critico e anticlericale della povertà apostolica). I valdesi furono duramente perseguitati per il loro messaggio di liberazione rivolto agli strati bassi della società feudale, messaggio pericolosissimo per l’ordine costituito.

anticostantinianesimo: un vescovo valdese, nel 400, si definì vescovo, per grazia di Dio, di quei fedeli che, nella chiesa di Roma, rifiutano la donazione di Costantino (la donazione di Costantino è un documento falso in base al quale i pontefici hanno per lungo tempo affermato la legittimità del loro potere temporale). I valdesi combatterono l’idea che i papi, più che successori di Pietro, si sentissero successori di Costantino e contro una chiesa snaturata perché mondanizzata. Volevano una chiesa che rinunciasse al potere e si dissociasse dai sistemi politici, economici e militari (crociate comprese).

Per queste sue posizioni, Valdo è considerato insieme a Francesco d’Assisi un grande riformatore evangelico, antesignano di ogni riforma nella tradizione cristiana della civiltà mediterranea. I due espressero il primo desiderio della chiesa medievale di rinnovarsi recuperando direttamente ed immediatamente i valori specifici del messaggio di Cristo. In questo senso furono i primi riformatori della cristianità occidentale.

Caratteristiche del valdismo riformato: da più di 450 anni i valdesi sono una chiesa riformata del filone calvinista del protestantesimo. La loro fede è dunque, in linea di massima, quella di tutte le chiese protestanti. I valdesi non sono stati i protagonisti della riforma, ma ne sono partecipi e solidali.

Il loro programma più che morale o dottrinale è pastorale, con lo scopo comune di liberare le coscienze e renderle certe mediante la fede; certe della salvezza, che è dono gratuito di Dio all’uomo tramite il sacrificio di Gesù Cristo e non traguardo che l’uomo raggiunge in base ai suoi meriti. L’ uomo non vive dunque per meritare la salvezza (per questa basta la fede), ma solo per servire Dio e i fratelli. Anche la chiesa così cambia funzione: il suo compito non è di salvare gli uomini né di mediare la loro salvezza, ma di predicare la fede e metterla in pratica nel servizio.

Conseguenze: credendo in Cristo il cristiano riceve automaticamente ogni grazia e benedizione: la mediazione sacerdotale, allora, non ha più ragion d’essere. Cristo è l’unico mediatore tra Dio e il laico; ogni cristiano è sacerdote e papa, cioè titolare, insieme ai fratelli e sotto l’autorità della parola di Dio, di ogni potere e funzione nella Chiesa: è la religione della laicità cristiana. La chiesa è così declericalizzata, cioè non c’è più un clero diverso per essenza e non solo per grado dal laicato (come ha ribadito il Conc. Vat. II); crolla insomma ogni gerarchia fra cristiani e si è tutti sacerdoti (cfr. I Pietro 2,9).

La fede valdese è una delle espressioni della fede cristiana nella storia; come il protestantesimo in genere, essa si colloca perfettamente nella linea delle grandi affermazioni trinitarie e cristologiche dei concili ecumenici antichi. Recentemente, come membro del Consiglio Mondiale delle Chiese, ne ha sottoscritto la base teologica in cui il Consiglio si definisce come una comunione di chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture e perciò cercano di realizzare insieme la loro comune vocazione alla gloria dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

A livello organizzativo, la chiesa valdese è una struttura non gerarchica, ma assembleare, una fraternità cristocratica servita da vari ministeri (pastore, dottore, anziano e diacono) cui possono accedere sia uomini che donne. Tutta l’amministrazione è costruita dal basso: le varie comunità locali eleggono un consiglio presieduto da un pastore; tale consiglio elegge a sua volta una commissione che si occupa dell’intero distretto.

La fede si esprime nel culto domenicale e nella testimonianza quotidiana dei fedeli, sempre accompagnata da attività catechetiche. Il culto è però sottomesso alla parola evangelica: Voglio misericordia, non sacrifici (Matteo 9,13).

Dialogo ecumenico   

Nessuna chiesa cristiana può più prescindere dall’orizzonte ecumenico: la chiesa valdese riconosce nel movimento ecumenico il frutto della volontà di Dio e vi partecipa. Nel dialogo, nel confronto e nell’incontro interconfessionale ogni chiesa prende coscienza dei suoi limiti, delle sue parzialità e infedeltà e allo stesso tempo allarga i propri confini. Oltre ai già ricordati tentativi ottocenteschi di dialogo tra valdesi e cattolici liberali, sono da ricordare:

·         la fondazione della rivista Gioventù cristiana, negli anni 30, con chiaro intento ecumenico, ma limitato al dialogo col mondo anglicano e protestante;

·         la creazione, nel 1946, del Consiglio Federale delle Chiese evangeliche in Italia (valdesi, metodisti, battisti, luterani), seguita da una simile Federazione delle Chiese evangeliche in Italia nel 1967.

Nel dopoguerra anche il dialogo col cattolicesimo non fu più aspramente anticlericale come nell800. Ci si richiamò in parte al pastore valdese Ugo Janni (morto nel 1938) che insisteva sulla necessità che la chiesa valdese tornasse ad essere, come nel Medio Evo, un movimento per contribuire al rinnovamento della chiesa cattolica, collaborando con gli ambienti evangelicamente più vivi del cattolicesimo. Un contributo importante al dialogo venne da Giovanni XXIII, che cercò di stabilire nuovi e migliori rapporti coi valdesi.

Preti cattolici e pastori valdesi si incontrarono regolarmente in convegni per studiare problemi teologici e pastorali, soprattutto in seguito al Concilio. Negli stessi anni si è assistito ad una sorta di incontro ecumenico privilegiato tra i valdesi politicamente orientati a sinistra e i cosiddetti cattolici del dissenso.

Di grande importanza nel cammino ecumenico sono tuttora gli incontri regolari di valdesi, metodisti e battisti con le Francescane missionarie di Maria e il Seminario lateranense a Roma e il lavoro del SAE, Segretariato Attività ecumeniche, associazione interconfessionale cui partecipano anche tutti i professori della facoltà valdese di teologia. La caratteristica principale del movimento ecumenico è che in esso la ricerca della chiesa una si intreccia con quella della chiesa vera, in cui prende corpo tutto il vangelo e solo il Vangelo. Solo il vangelo, infatti, è veramente ecumenico e, vissuto e creduto, è in grado di creare, in forme che per ora non si conoscono, la chiesa di Cristo una e vera. In questa prospettiva, l’ esperienza del Valdismo medievale, sebbene storicamente conclusa, è molto attuale e ha molto da insegnarci, soprattutto con la sua insistenza sul fatto che confessare e testimoniare Cristo significa anzitutto seguirlo (1 Giovanni 2,6).

Da segnalare, tra i principali documenti frutto del dialogo: il Testo comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia del giugno 1997 e il Testo applicativo dell’agosto 2000, nonché il documento La Chiesa Valdese sull’ecumenismo e il dialogo interreligioso, prodotto dal  Sinodo Valdese nel 1998.

Sinodo Valdese-Metodista, Torre Pellice - settembre 2003

:: Il dialogo riparte dal creato

:: Rafforzare le reti del dialogo interreligioso

:: Irreversibile il cammino del dialogo tra le tradizioni cristiane

 

Chiesa Luterana

Il cammino della Chiesa Luterana   

I Cristiani luterani sono una settantina di milioni e per la maggior parte vivono nel Nord Europa (Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia), quasi 10 milioni vivono negli Stati Uniti, il resto in India, Brasile, Tanzania. Si chiamano luterani perché seguono gli insegnamenti del riformatore tedesco Martin Lutero.

Martin Lutero nacque nel 1483: Assillato dal problema della dannazione eterna, si fece frate agostiniano nel 1505 ad Erfurt. Tra il 1516 e il 1515 studia con attenzione la Bibbia, soffermandosi soprattutto sul libro dei salmi e sulle lettere di Paolo.

Nella lettera di Paolo ai Romani Lutero trova la risposta alle sue angosce e paure; lì l’apostolo Paolo scrive: Nessun uomo è giusto, nemmeno uno: così dice la Bibbia. Perciò tutti chiudano la bocca e il mondo intero si riconosca colpevole dinanzi a Dio, perché nessuno potrà essere riconosciuto giusto da Dio in base alle opere che la legge comanda. La legge serve soltanto a farci conoscere in che cosa noi pecchiamo. Ma Dio riabilita innanzi a sé tutti quelli che credono in Gesù Cristo; e questo lo fa indipendentemente dalle opere della legge e senza alcuna distinzione tra gli uomini, dal momento che tutti quanti gli uomini hanno peccato e sono privi della presenza di Dio che salva. Perciò, se ora siamo nella giusta relazione con Dio, si deve al fatto che Egli, nella sua bontà, ci ha liberati gratuitamente per mezzo di Gesù Cristo (Romani. 3,10. 19-24).

In altre parole, nessuna opera compiuta dall’ uomo può far da prezzo per la sua salvezza, neanche la più perfetta, perché l’uomo è nel peccato; ma Dio ama l’ uomo e decide liberamente di salvarlo, e lo fa attraverso Gesù; di fronte a questa generosità divina, all’uomo non resta che credere, che aver fede: Senza alcun mio merito, Dio mi vuole salvo. E allora, come non fidarmi di lui? come non mettermi nelle sue mani?. Tutto il resto viene dopo!

La scoperta di Lutero, portò finalmente serenità al suo cuore di cristiano inquieto e angosciato. In fondo Lutero aveva ritrovato il nucleo centrale della gioiosa notizia, del Vangelo di Gesù Cristo. Ma un altro problema gravava sul cuore di frate Martino, la situazione di disastrosa corruzione in cui si trovava la Chiesa europea in quei tempi, a cominciare dalla Chiesa di Roma e dal papato.

Ormai da diversi decenni, cristiani di ogni categoria operavano per una riforma della Chiesa, a cominciare da se stessi, ma poi anche facendo pressioni sull’autorità ecclesiastica: bisogna riportare la vita dell’intera comunità alle sorgenti vive del Vangelo, eliminando tutto ciò che appesantisce e corrompe. basterebbe ricordare, qui a Firenze, lo sforzo innovatore dei domenicani di S. Marco, tra cui primeggiano S. Antonino vescovo e fra Girolamo Savonarola. Solo a separazione avvenuta, la chiesa intraprende, con il Concilio di Trento (1545-63) la sua riforma interna.

Lutero, forte della sua personale soluzione, si mosse con decisione per risvegliare la Chiesa alle verità essenziali e liberarsi dalla zavorra di mondanità e di dottrine troppo umane che la impedivano nel cammino della salvezza. La sua posizione fortemente critica sulla compravendita delle indulgenze lo rese popolare presso tutti quei cristiani che erano indignati per la corruzione del papato. Iniziarono discussioni e pubblici dibattiti, e qui, per difendere le sue tesi, Lutero negò il primato del papa e radicalizzò alcune sue intuizioni. Nel 1520, papa Leone X (il fiorentino Giovanni de Medici) lo scomunica, ma il frate respinge la scomunica e chiama la nobiltà tedesca a suo sostegno. Nel 1521 avviene la rottura definitiva tra Lutero e la Chiesa di Roma.

Il canone biblico accettato dai luterani è quello ebraico, anche se viene incoraggiata come pratica devozionale la lettura di quei libri dell’Antico Testamento che, definiti “apocrifi” dalla tradizione ebraica e protestante, sono diventati parte del canone cattolico con il nome di “deuterocanonici”. Il simbolo niceno-costantinopolitano viene regolarmente proclamato nel culto insieme col simbolo apostolico e, fra gli scritti di Lutero, si attribuisce valore dottrinale agli Articoli di Smalcalda (1537), al Piccolo catechismo (1529) e al Grande catechismo (1529), a cui si affiancano la Confessione di Augusta (1530), l’Apologia della confessione di Augusta (1531), il Trattato sul potere e il primato del papa (1529) e la Formula di Concordia (1577), redatta da una commissione teologica dopo la morte del riformatore. Questi testi formano, con gli antichi simboli, il Libro della Concordia, che venne adottato dalle città e dai prìncipi luterani nel 1580.

In pochi anni il luteranesimo diviene la religione ufficiale in veri stati dell’Europa settentrionale: in Svezia, che allora comprendeva anche Finlandia ed Estonia, e in Danimarca, che comprendeva anche Norvegia e Islanda. Molti dei tanti principati tedeschi seguirono il Luteranesimo.

Martin Lutero muore nel 1546.

Nel 1817 la chiesa imperiale germanica favorisce l’unione tra le Chiese luterane e quelle calviniste, unione che approda alla costituzione di un tipo di chiese che si definiscono evangeliche.

Il Calvinismo é un movimento divenuto Chiesa riformata secondo la parola di Dio di cui fu promotore il teologo Giovanni Calvino (1509-64). Egli portò a sviluppi logici estremi la dottrina di Lutero, privandola di ogni traccia di misticismo e di quietismo dovuta ad una diversa idea di Dio: Calvino vuole soprattutto la gloria di Dio, ed essa soltanto, ma egli non predica il Dio d’amore, bensì il Dio che esige.

Calvino era un uomo di rigido pensiero e di rigorosa disciplina che mantenne tutta la vita e la sua concezione é pressoché interamente sviluppata nel trattato Christianae religionis institutio, pubblicato nel 1536. Suoi punti fondamentali erano la dottrina dell’elezione e quella della predestinazione, secondo cui Dio predestina l’uomo alla salvezza o alla dannazione.

Queste dottrine conferiscono un eccezionale impulso alla sua prerogativa di un cupo, ma infiammato, rigorismo, posto al di sopra di tutti i singoli insegnamenti. La dottrina della predestinazione viene ulteriormente elaborata sino alla teoria della doppia predeterminazione: Dio stabilisce arbitrariamente il destino dell’uomo, sia esso il Paradiso o l’Inferno. L’eliminazione di tutto ciò che è umano nel processo salvifico penetra anche nel culto: il puro culto della parola è ottenuto a prezzo della distruzione di immagini religiose della quale furono vittime numerose ed inestimabili opere d’arte (soprattutto in Francia).

Il nazismo riesce ad intromettersi nelle chiese protestanti di Germania, ma una parte dei cristiani si ribella a questa strumentalizzazione e dà luogo alla Chiesa confessante, che resiste all’ingerenza nazista con fermezza ed eroismo.

Il cammino ecumenico

Nel 1947 viene fondata la Federazione Luterana Mondiale. Tre sono i punti su cui Lutero non transigeva, che vengono esemplificati nella frase: sola fides, sola gratia, sola scriptura, e cioè: solo la fede, solo la grazia, solo la Bibbia. Secondo Lutero la Bibbia è la norma assoluta della fede cristiana e all’interno della Bibbia ci sono alcuni libri-chiave, indispensabili per interpretare rettamente gli altri; questi libri-chiave sono la Lettera di S. Paolo ai Romani e i Vangeli. Perciò la Tradizione (cioè il modo in cui la Chiesa attraverso i secoli ha capito, vissuto e trasmesso il Vangelo e la propria fede) non ha importanza decisiva; decisiva rimane solo la Bibbia. Invece per noi cattolici, Bibbia e Tradizione vanno ugualmente valorizzate per una verifica reciproca e continua circa le verità da credere e il cammino da compiere. 

Lutero, ma ancor più i suoi seguaci, affermano che Dio, nel suo amore, riveste l’uomo coi meriti di Cristo e così lo accoglie come giusto, ma di per sé l’uomo resta peccatore e le sue opere non possono produrre salvezza, anche se la riconoscenza per tanto amore di Dio deve spingere l’uomo a fare opere buone; l’unica cosa che coinvolge l’uomo nell’opera divina di salvezza è la fede, ma anche la fede è dono di Dio. Questo significano le parole solo la fede, solo la grazia. Diversa è la posizione di noi cattolici: d’accordo che chi ci salva è l’amore puramente gratuito di Dio, che la fede è un dono dell’amore di Dio, e che non c’è opera umana che possa pretendere di produrre o di meritare la salvezza dell’uomo; ma la grazia divina produce guarigione e trasfigurazione interiore nell’uomo che crede, e pertanto le buone azioni dell’uomo credente entrano attivamente nel flusso dell’opera di salvezza che sgorga dal cuore di Cristo. Da dopo il Concilio Vaticano II si sono regolarizzati e moltiplicati gli incontri ecumenici tra Cattolici e Luterani.

È del novembre 1999 la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, in seguito allo storico accordo di Augusta, 31 ottobre 1999. Si tratta di un importante riavvicinamento bilaterale, su uno dei temi dottrinali che più hanno pesato nei rapporti tra riforma e ortodossia cattolica.

Chiesa Metodista

Il Cammino della Chiesa Metodista   

La nascita del movimento metodista viene datata 1739 quando furono costituite le prime società, gruppi di comunione cristiana sotto la guida di un conduttore laico. L’ispiratore del movimento fu John Wesley, protagonista della seconda fase della Riforma e creatore di uno dei maggiori movimenti protestanti attuali. Il movimento metodista nasce in seno all’Anglicanesimo e per molto tempo si è sviluppato al suo interno senza arrivare a rotture, oggi il Metodismo è, però, più diffuso dell’Anglicanesimo nel mondo.

Il Metodismo precedette di poco i tre grandi rivolgimenti che sconvolsero il mondo occidentale moderno: la guerra d’indipendenza americana (1775-1783), la rivoluzione industriale inglese (1760-1830) e la rivoluzione francese (1789) di cui preannunciò i mutamenti e che accompagnò mantenendo però sempre la propria identità. Il Metodismo è, infatti, fin dall’inizio, un movimento popolare, attento al miglioramento dell’uomo nella sua totalità e pienezza di personalità e, proprio per questo, fuso completamente con la vita sociale del tempo in quanto non è possibile predicare la salvezza, l’amore di Dio, la fratellanza in Cristo per ogni uomo, pretendere che ogni uomo manifesti in questo mondo gli atti della propria fede senza promuovere, al tempo stesso, in ogni fedele la volontà di stabilire una società nuova che rispetti la dignità, il valore e i diritti di ognuno. Il Metodismo diviene quindi ben presto una chiesa con le caratteristiche di una società o, se vogliamo, una società con le caratteristiche di una chiesa.

Wesley rivolge la sua attenzione ai ceti più poveri, ai non privilegiati e i suoi cenacoli sono, all’inizio, pieni di mendicanti, marinai, prostitute. Ben presto, però, il movimento si imborghesisce attirando a se sempre più imprenditori e industriali. Del resto l’insegnamento di Wesley sulluso della ricchezza è ben noto: Guadagna tutto quello che puoi, risparmia tutto quello che puoi e regala tutto quello che puoi. Il terzo precetto, evidentemente, è diventato sempre più labile nel corso del tempo. La sobrietà dei metodisti portò inevitabilmente ad un loro miglioramento economico e questo comportò una certa confusione fra elemento sociale, elemento spirituale e stato morale. Pur essendo partito da presupposti del tutto diversi, esso divenne la religione della classe media conservatrice.

Nel 1789 Wesley distribuì un documento legale che regolarizzava e perpetuava la costituzione delle società metodiste. Venne costituito un corpo di 100 pastori (Legal Hundred) nominati da lui direttamente e dotati di ogni autorità in materia di disciplina, amministrazione e trasferimenti. Questo corpo di 100 pastori rappresentava dunque l’organo legale di governo. Con la Conferenza del 1836 fu deciso che i suoi predicatori avrebbero ricevuto una regolare ordinazione, furono stabilite anche le condizioni per l’accettazione dei candidati, il loro corso di studi e il loro tirocinio. Essi sarebbero stati ordinati soltanto dopo aver confermato di accettare l’organizzazione, la dottrina e la disciplina metodiste. Furono infine nominati alcuni predicatori per l’amministrazione dei sacramenti in Scozia e in America. La Chiesa metodista era così divenuta autonoma rispetto alla Chiesa d’Inghilterra pur continuando a mantenere buoni rapporti con quest’ultima. La decisione di principio sull’autonomia dalla chiesa anglicana fu presa dalla Conferenza del 1975, anche se, in pratica, la separazione fu molto più lenta e, addirittura, nel 1799 ci fu un tentativo di riavvicinamento.

La cellula originaria della chiesa metodista wesleyana è sempre stata la riunione di gruppo dove prendeva consistenza la società. Le società erano raggruppate in circuiti con un ministro sovrintendente ed una conferenza trimestrale composta di membri eletti come organo amministrativo. I circuiti erano, a loro volta, raggruppati in distretti paragonabili alle diocesi anglicane con un ministro presidente ed un sinodo che si radunava due volte l’anno. La Conferenza, infine, era composta dal corpo dei cento e da rappresentanti di tutta la chiesa metodista wesleyana in Gran Bretagna. L’Irlanda aveva una propria Conferenza. La Conferenza si riuniva annualmente ed aveva un presidente pastore, un vice presidente laico ed un segretario pastore i quali venivano tutti eletti annualmente. Si articolava in due sessioni: pastorale (Ministerial Session) e plenaria (Representative Session), circa 690 membri, pastori e laici in numero uguale, per la maggior parte eletti dai sinodi dei distretti.

Il Metodismo conosce la sua fase di massima espansione durante la seconda metà dell800 grazie anche all’aumento della popolazione industriale e piccolo borghese, ma soprattutto al successo della tipica evangelizzazione che veniva fatta in quasi tutte le società con campagne di propaganda ed era accompagnata da particolare cura pastorale. Il Metodismo passa quindi, non senza scontri con i vari nazionalismi politici e religiosi locali, nel resto del continente europeo e nel resto del mondo. Infatti, il Metodismo divenne ben presto una grande chiesa missionaria sostenuta generosamente dalle collette organizzate periodicamente (l’uomo con il quale comincia la storia delle missioni d’Oltremare è Thomas Coke, segretario di Wesley e suo principale luogotenente).

In America Giorgio Whitefield diede un nuovo assetto al movimento segnando la fine del Puritanesimo e l’inizio del Metodismo. La situazione sociale in America era molto differente rispetto all’Europa e quindi il Metodismo si adattò alle esigenze locali senza preoccuparsi tanto delle tradizioni ponendo l’ accento più sulla morale che sulla dogmatica, cosa che, del resto, richiedeva la società stessa caratterizzata com’era da instabilità e pericolosità. Con la guerra di indipendenza il Metodismo fu messo a dura prova, tutti i ministri e i predicatori furono costretti a tornare in Inghilterra e i fedeli furono perseguitati così come i pacifisti quaccheri, mennoniti e moravi. Fu quindi chiaro a Wesley che era necessario rendere il movimento indipendente da quello inglese. Con la nascita degli Stati Uniti come entità politica e territoriale nasce anche una chiesa metodista indipendente ed autonomamente organizzata, la Chiesa Metodista Episcopale. Il Metodismo americano si presenta fin dall’inizio come una corporazione con, alla testa, un vescovo che presiede la Conferenza e nomina e sospende i predicatori. Forte fu, sin dall’inizio, l’opera di evangelizzazione in questo territorio ampio, vasto e dalle lunghe distanze, ma anche l’impegno nelle opere sociali, della cultura e dell’informazione rappresentò un elemento decisamente caratterizzante. La Chiesa Metodista Episcopale, per esempio, vietò ai propri seguaci di possedere schiavi sancendo questo principio nella costituzione che si dette alla sua nascita nel 1784. I metodisti poi rappresentarono la prima Casa editrice religiosa degli Stati Uniti in quanto i predicatori che attraversavano in lungo e in largo i vasti territori americani portavano con sé molti libri che servivano da ausilio nell’opera di conversione.

Una differenza interessante fra il Metodismo inglese e quello americano consiste nel fatto che il primo divenne piccolo borghese, mentre il secondo era riuscito a conquistare la classe lavoratrice nera facendo della chiesa la colonna centrale della società nera americana. Anche il Metodismo americano si preoccupò fin dall’inizio di essere missionario e le missioni americane raggiunsero la maggiore espansione fra il 1876 e il 1919. La prima terra scelta per le proprie missioni furono gli stessi Stati Uniti dove la crescente sete di libertà politica si accompagnava allo spirito di tolleranza religiosa e il Metodismo, con le sue strutture elastiche e centralizzate al tempo stesso, fu la chiesa che meglio poteva aderire al nuovo mondo. Il coraggio dei pionieri, lo spirito di iniziativa individuale, l’austerità dei costumi, la necessità di autonomia locale basata sulla responsabilità individuale di ognuno e, al tempo stesso, il riconoscimento di un’autorità centrale che garantisse l’instaurarsi della democrazia furono sì elementi costitutivi del tessuto politico e sociale, ma anche lo schema caratteristico della religiosità di questa nuova nazione. I predicatori sono una specie di cavalieri erranti che, soli o con un apprendista, partono alla ricerca di qualsiasi anima che abbia bisogno di ciò che la parola di Dio e la fraternità umana possono offrirle nella fede in Cristo liberatore. Vanno così da una fattoria all’altra, non hanno preferenze etniche e non aspettano neanche che siano costruite le strade o le ferrovie. Si trovano di fronte spesso a persone rudi, non erudite, bruti, spesso anche vecchi rivoluzionari, atei incalliti e, quindi, non possono che trasmettere nozioni estremamente semplici del tipo: la grazia di Dio è offerta a tutti in Cristo, l’uomo è libero di accettare Cristo o di rifiutarlo, responsabilizzandosi egli Lo accetta e di qui l’aggancio per proporre all’uomo di riconoscersi peccatore, di rompere con il passato, accettare il dono di Dio e progredire sulla via della perfezione. È stato questo l’elemento scatenante che ha mosso gli animi di questa gente che vedevano come la liberazione spirituale coronasse il processo di liberazione politica e sociale per la quale avevano combattuto.

In Italia il Metodismo fu introdotto dall’Inghilterra durante le guerre di Garibaldi. Qui, come le altre religioni di tipo protestante, ha avuto notevoli difficoltà nel rapporto con la matrice filosofico-religiosa della gente; il Metodismo, però, rispetto alle altre religioni, ha avuto anche altre due caratteristiche: quella di non far leva su una spiccata caratteristica dogmatica ed ecclesiastica e quella di non presentarsi come un’istituzione, due tipici pilastri della religiosità mediterranea. La prima società metodista fu fondata a Firenze nel 1861, da dove si diffuse prima nel Nord e poi nel Sud dell’Italia stabilendo il proprio quartier generale a Padova. Nel 1872 arrivò in Italia anche un pastore della chiesa metodista americana che si stabilì a Bologna. Nel 1946 ci fu la fusione delle due chiese nell’unica Chiesa Metodista d’Italia e dal 1979 le comunità metodiste in Italia hanno attuato un piano di integrazione con le comunità valdesi che permette di avere un unico ruolo pastorale e organismi burocratici settoriali e centrali in comune.

Profilo dottrinale     

Il Metodismo è un movimento cristiano al quale sono estranei sia un particolare interesse per la riflessione teologica che per il misticismo: Esso è caratterizzato da una estrema concretezza con la quale fa fronte alle varie situazioni della vita. Per i metodisti il disagio sociale e religioso rappresenta un problema di coscienza individuale e per tutta la chiesa, problema che si configura essenzialmente in una domanda di carattere religioso, una domanda la cui unica risposta è nel rapporto personale con Dio.

L’ uomo ha, in fondo, un solo grande problema: l’ uomo stesso, ovvero la giustificazione della sua presenza così com’è e dov’è. Partendo dall’affermazione di Paolo secondo cui l’ uomo è un peccatore perdonato e la creazione aspetta la manifestazione dei figli di Dio (Rom. 8,19ss), si viene a formare un pensiero sociale molto interessante: se la creazione, che è il quadro dentro il quale vive l’ uomo, ha speranza di essere liberata, ancora di più la società, che è costruita dall’ uomo stesso e quindi ne riflette la prima caratteristica - la corruzione -, può aspettarsi di partecipare alla sua seconda caratteristica: la redenzione. Quindi c’è sì universalità del peccato, ma anche universalità della salvezza. Il Metodismo sottolinea poi la gratuità della misericordia divina con la conseguenza di un duplice cambiamento: cambiamento nell’atteggiamento spirituale del credente (testimonianza dell’opera dello Spirito Santo) e cambiamento nel suo comportamento pratico (strumento di progresso sociale).

Il Metodismo afferma che la salvezza dell’ uomo avviene per mezzo della sola fede, a differenza della Chiesa cattolica per la quale la salvezza avviene grazie alla fede, ma unitamente alla partecipazione alla vita sacramentale della Chiesa. Secondo i metodisti per la salvezza dell’uomo è necessario non un atto d’imperio o di persuasione, ma un’operazione di Dio che, però, non prescinde dalla libertà che Lui stesso gli ha dato come caratteristica specifica. La teologia metodista ha come centro l’opera di salvezza di Dio in Cristo e la sua appropriazione da parte dell’uomo. La salvezza viene quindi concepita come una dinamica che si incarna perennemente nell’uomo che deve essere salvato e non come una forza astratta di cui Dio dispone per sua grazia e suo volere. La salvezza che la libertà di Dio offre in Cristo di diritto, deve essere accettata di fatto nella libertà dell’uomo e questa accettazione deve essere continua.

Se Dio vuole salvare l’uomo, sicuramente saprà farsi capire da lui. Su questa base si fonda la teoria metodista della certezza. Il primo passo di questa dottrina non parte però dall’alto, ma dal basso nel senso che il Metodismo non rinfaccia all’uomo il suo peccato, ma predica il disegno di Dio per la sua salvezza ed afferma la possibilità per l’uomo di possederne la certezza attraverso la concomitanza della testimonianza dello Spirito Santo e del suo spirito. Il centro della teologia metodista non è quindi il peccato dell’uomo che lo ha reso indegno della figliolanza con Dio, ma la grazia di Dio che restituisce a quello stesso uomo la figliolanza per mezzo della fede in Cristo. La certezza della salvezza non nasce quindi solo dalla convinzione umana, ma necessita dell’avallo dello Spirito Santo. La salvezza rimarrebbe un concetto filosofico sterile se non fosse vissuta nell’esperienza.

Altro elemento fondante della teologia metodista è la perfezione cristiana, che non è tanto da intendersi come una condizione nuova, quanto piuttosto come un potere nuovo. L’individuo che ha accettato la grazia di Dio e ha fatto tutto il percorso per diventare credente è una creatura nuova che si trova a vivere ed operare in una situazione nuova, completamente diversa rispetto a prima della conversione, ed è per questo che si può parlare per lui di nuova nascita.

La teologia metodista è essenzialmente teologia della conversione individuale e quindi dell’evangelizzazione. La santificazione è quindi programmazione dell’obbedienza e l’obbedienza è l’attuazione sistematica del volere di Dio, è una decisione operativa che incide direttamente nella vita di tutti i giorni. La perfezione cristiana, dunque, secondo i Metodisti è azione. Il nome stesso del movimento deriva dalla parola metodo, un metodo preciso attraverso il quale attuare il disegno di Dio in terra e raggiungere la perfezione cristiana (come si è visto, ad esempio, rispetto dell’insegnamento di Wesley sulla ricchezza o alle predicazioni dei pastori pionieri in America).

Il Metodismo è convinto anche che il genio della cristianità primitiva fosse rappresentato dai ristretti cenacoli di credenti, mossi dallo Spirito Santo e guidati dalla grazia di Dio i quali sono il modello insostituibile del luogo dell’adorazione e della catechesi. Il Metodismo ha cercato di ripeterli. La creazione di una chiesa istituzionale non cancella l’esigenza di questi gruppi di credenti i quali, anzi, sono essenziali per la vita stessa della chiesa innanzitutto perché l’istituto non prevalga sulla chiesa, poi perché garantiscono la libera circolazione dello Spirito e infine perché mantengono vitale l’organismo al quale fanno capo senza il rischio di percorrere strade aberranti dal momento che vi sono inseriti a pieno.

L’atteggiamento ecumenico     

Ogni fase del dialogo internazionale cattolico-metodista iniziato nel 1967 copre un periodo di cinque anni al termine del quale viene pubblicato un rapporto da presentare alla Conferenza Mondiale Metodista seguente. Il Rapporto di Nairobi del 1986 si intitola Verso una dichiarazione sulla Chiesa e non è una dichiarazione comune né un accordo sulla natura della Chiesa. Nel 1991 invece è stato pubblicato il Rapporto di Singapore con il titolo La tradizione apostolica. Nel 1996 invece è stato pubblicato il terzo rapporto, il Rapporto di Rio de Janeiro.

Sono stati fatti innumerevoli passi avanti nel rapporto ecumenico fra le due chiese. Innanzitutto è stato possibile utilizzare la parola comunione in un modo che possa rispettare ed esprimere sia le divisioni che il sentimento di appartenenza reciproca. La comunione infatti è sia la partecipazione a Dio per mezzo di Cristo e nello Spirito Santo sia la profonda comunanza che esiste fra i partecipanti e che si esprime nella fede e nell’ordine, nella preghiera e nei sacramenti, nella missione e nel servizio.

Sia cattolici che metodisti recitano il Credo niceno-costantinopolitano nella liturgia e questo dimostra l’elevato grado di comunanza esistente fra le due religioni; per entrambe poi vi è un modello di vita cristiana a cui si aderisce tramite il battesimo, che si manifesta nell’ eucarestia e si testimonia con le parole e le opere. Vi è infine un modello di comunità cristiana che riflette la vita di Dio e consente di partecipare alla sua stessa vita.

I ministeri creati da Cristo e dallo Spirito hanno lo scopo di trasmettere la fede e la vita apostolica in quanto tutta la comunità cristiana ha la responsabilità di diffondere il Vangelo e di testimoniare l’opera di salvezza del Signore e lo Spirito ha distribuito i propri doni per costituire la Chiesa affinché tutta l’umanità possa entrare in comunione con il Padre e il Figlio.

Per quanto riguarda il ministero ordinato esiste un considerevole grado di accordo: per entrambi esso è un carisma specifico donato dallo Spirito Santo ed è volto all’ordine e all’armonia che devono prevalere nell’esercizio di tutti i doni. Le sue origini si ritrovano nell’ordine dato da Cristo agli apostoli. Il triplice ministero di vescovo, presbitero e diacono viene riconosciuto come normativo dalla Chiesa. Sia cattolici che metodisti, quindi, riconoscono in un ministero che riceve il proprio potere da Dio la guida dello Spirito Santo e si stanno avviando a capire sempre più e sempre meglio la natura dell’ordinazione e la struttura del ministero in relazione alla responsabilità di insegnare e formulare la fede.

Per entrambi il ministero ordinato è frutto della chiamata di Dio la quale deve essere verificata e confermata dalla Chiesa; per entrambi le persone vengono riservate al ministero mediante l’imposizione delle mani, accompagnata da preghiere che invocano il dono dello Spirito Santo e fatta durante un’assemblea della Chiesa, anche se sussistono ancora delle differenze nel modo di intendere questo processo. Sia per i cattolici che per i protestanti l’ordinazione rappresenta un impegno che dura tutta la vita ed è quindi irripetibile.

Le maggiori divergenze ancora esistenti riguardano, tra l’altro, l’uso del termine sacramento per l’ordinazione e l’ordinazione delle donne.

Chiesa Anglicana

Il Cammino della Chiesa Anglicana   

Comunemente si crede che la Chiesa Anglicana sia nata esclusivamente in seguito ad un atto giuridico ed unilaterale del Re d’Inghilterra Enrico VIII (Atto di Supremazia promulgato nel 1534). Questo è stato senza dubbio il passaggio chiave del distacco della Chiesa d’Inghilterra da Roma. Tuttavia ciò avvenne al culmine di un processo politico-culturale, caratteristico della chiesa inglese, con connotati peculiari ed autonomi. (1)

Per alcuni secoli il cristianesimo britannico sviluppò una propria identità e solo a cavallo tra il VI e il VII secolo vennero accettati e assimilati gli “usi romani”, grazie a due grandi figure della cristianità quali Papa Gregorio Magno e Agostino di Canterbury. Quando poi il papato accentuò la pretesa di una supremazia giurisdizionale-temporale, oltre che religiosa, i motivi di rivalsa si accentuarono fino alla rottura, una rottura dettata da ragioni di opportunismo, ma sponsorizzata da quanti mal tolleravano le implicazioni politiche della dipendenza da Roma e da queste ritenevano giunto il momento di affrancarsi. 

Divisione quindi politica più che teologica e per questo ed altri motivi, mal rapportabile all’esperienza della riforma continentale luterana e calvinista, fondata su controversie dottrinali e teologiche (anche se in una prima fase qualche influenza è riscontrabile). Il personaggio che spicca nella nuova chiesa nazionale è Thomas Cranmer, professore universitario più che teologo e autore, nel 1549, del “The Book of Common Prayer” (il Libro di Preghiera) testo base della riforma liturgica e risultato di un compromesso tra nuove esigenze di riforma e pietismo popolare.

Da allora fino ai nostri giorni la Chiesa Anglicana ha conosciuto varie fasi, considerandosi però, nonostante lo scisma, in piena continuità con la propria tradizione e con la Chiesa Universale. La sua diffusione ha seguito le vicende politiche dell’espansionismo imperiale britannico, con particolari successi nel continente africano. Un importante momento di sviluppo della Chiesa Anglicana è stato quello del cosiddetto “Movimento di Oxford”, sviluppatosi nel XIX secolo, con elementi filo-cattolici impegnati nel comprendere il senso della cattolicità, dando vita ad una dialettica con le tendenze filo-evangeliche e provocando una rivitalizzazione e una ridefinizione del sentirsi anglicani. Questa nuova impostazione, con caratteri cattolico-evangelici, ha fatto della Chiesa Anglicana la più ecumenica tra le chiese cristiane, impegnata in prima fila nel percorso di riavvicinamento con Roma.

Le Strutture       

La Chiesa Anglicana appartiene al ceppo della Chiesa Latina d’occidente e le sue strutture sono in gran parte le sue strutture. In ogni caso la Chiesa Anglicana non va identificata con la sola Chiesa d’Inghilterra. Questa è solo una delle 26 o 27 Chiese autonome che formano la “Comunione Anglicana”. Ogni Chiesa o Provincia è pienamente autonoma per quanto riguarda il governo interno e le norme canoniche. Tutte le Chiese della Comunione riconoscono l’Arcivescovo di Canterbury come primus inter pares fra i primati delle varie Province. Egli ha un ruolo consultivo, ma non ha autorità giuridica sulle varie Chiese. ogni dieci anni convoca la Conferenza di Lambeth, alla quale partecipano tutti i Vescovi della Comunione.

 

Profilo dottrinale    

La prima tradizione liturgica anglicana venne edificata su una serie di usi locali, mediati con elementi della tradizione di rito romano. La grande innovazione fu senza dubbio l’introduzione della lingua locale: l’inglese anziché il latino. Oggi questo appare un elemento banale, ma nel XVI secolo la cosa fu a dir poco rivoluzionaria (si pensi che la Chiesa Cattolica ha introdotto questa novità solo col Concilio Vaticano II negli anni ‘60 di questo secolo). Il modello dell’ Eucarestia (Messa), non venne modificato sostanzialmente, furono operate soltanto alcune semplificazioni. Riforma importante fu invece la comunione dei fedeli sotto le due specie del pane e del vino. L’impostazione di fondo della riforma liturgica era legata alla semplificazione del rito, così da incoraggiare i fedeli ad accostarsi alla comunione e ad acquisire maggiore familiarità con le sacre scritture. Ma l’introduzione dell’obbligo di ricevere la comunione solo tre volte all’anno (una delle quali doveva essere Pasqua), provocò una minor frequenza di celebrazioni eucaristiche. Solo col Movimento di Oxford si ebbe un’ inversione di tendenza e la pratica di assistere alla Messa senza ricevere la Comunione scomparve quasi completamente.

Il Book of Common Prayer raccolse l’Ufficio Divino e lo suddivise in due parti: Preghiera del Mattino e Preghiera della Sera (Mattutini e Vespri). Questo doveva avvenire tutti i giorni con la partecipazione del Popolo. La tradizione è andata via via spengendosi, tanto che oggi sono pochi i luoghi di culto dove vengono celebrati Mattutini e Vespri con la forma e il rilievo che si erano voluti dare in origine.

Nel Libro di Preghiera sono contenuti anche l’ordine del Battesimo (adulti e bambini), quello della Cresima e un Ordinale riguardante Diaconi e Sacerdoti e consacrazione dei Vescovi (essendo decaduti i cosiddetti ordini minori). Ci sono poi ordini per il matrimonio, per la visitazione degli infermi e per la sepoltura.

Caratteristico della Comunione Anglicana è il fatto che non vi sia un rito eucaristico prescritto universalmente, ma le diverse Chiese, marciando ognuna col proprio ritmo, hanno elaborato soluzioni differenziate tutte allo stesso modo riconosciute legittime.

La Chiesa d’Inghilterra è l’ unica delle ventisette Chiese della Comunione, ad avere una qualche relazione con lo Stato (questo per ovvie ragioni storiche). Le altre province considerano questa una strana sopravvivenza e una inaccettabile limitazione della libertà della Chiesa. Anche in Inghilterra si sta però assistendo ad un progressivo affrancamento dall’influenza statale. Oggi il Governo e il Parlamento di fatto non intervengono più e l’assenso della Corona è un assenso formale a decisioni già prese dalla Chiesa.

La spiritualità Anglicana ha molto in comune con quella Cattolica, tuttavia rimangono alcuni elementi di diversità che possono tramutarsi in ricchezza da portare in dote nel processo di riavvicinamento. Queste diversità per molti versi dipendono più dal carattere, dal temperamento e dalla psicologia dei popoli che non da una “pianificazione teologica”. Si può affermare allora che gli Anglicani vedono la loro dottrina come quella della Chiesa Cristiana indivisa, anche se la critica Cattolica riguardo ad un debole interesse che essi hanno per le questioni dottrinali ha un suo fondamento data la scarsa importanza rivolta all’uniformità dottrinale.

D’altra parte l’impostazione Cattolica, affermatasi in modo particolare con la controriforma, tesa a “definire tutto”, è vista dagli Anglicani come una specie di “mania”. Queste due caratteristiche potranno in futuro certamente convivere, visto l’impegno delle due Chiese, protese in un processo tanto accelerato da essere riconosciuto come la più importante fase di riconciliazione tra Roma e Canterbury, nonostante le divergenze ancora presenti riguardo ad alcuni aspetti ecclesiologici e di dottrina sacramentale.

L’atteggiamento ecumenico   

Uno degli strumenti utilizzati nel dialogo tra Chiesa Anglicana e Chiesa Cattolica è la Commissione Internazionale Anglicana-Romano Cattolica (ARCIC). Il rapporto dell’ARCIC pubblicato nel 1982 è un passaggio importante nel cammino di riavvicinamento tra le due Chiese. In esso troviamo un accordo sostanziale sulla dottrina dell’ Eucarestia e del ministero sacerdotale. Nel documento sono presenti anche altri punti di accordo su questioni dottrinali, tanto che si può parlare di “rapporto ecumenico che asserisce l’esistenza di un’intesa sostanziale su questioni di fede”.

La seconda dichiarazione dell’ARCIC, del 1987, è il successivo importante passaggio del dialogo tra le due chiese. Da questa è scaturita una Dichiarazione concordata, messa a punto nel 1990, che meno si soffermava su questione dottrinali, da sempre fonte di divisioni. Scopo del documento era quello di sostanziare la comunione ritenuta ormai reale tra anglicani e cattolici, pur nella sua imperfezione e con ciò riconoscere anche il grado di comunione esistente all’interno delle due chiese, ma anche tra l’una e l’altra.

Nell’incontro di Venezia del settembre 1993, l’ARCIC ha messo a punto il documento intitolato “Vivere in Cristo: la morale, la comunione e la Chiesa”, reso noto nel 1994, teso a sviluppare quanto già elaborato nella dichiarazione del 1990. Esso rimane ad oggi il più complesso e il più articolato tentativo di ricercare una posizione comune tra le due Chiese sulla morale (uno degli aspetti più difficili da riconciliare, non dal punto di vista dei valori di base, ma rispetto alla traduzione in giudizi concreti), sviscerata in ogni sua articolazione, dagli aspetti teologici, al rapporto tra morale e comunione; dal ruolo dei laici nella teologia morale, all’esercizio dell’autorità in questo campo. La dichiarazione si conclude con l’auspicio che vengano approntati dalle due Chiese strumenti di collaborazione per affrontare insieme le gravi questioni morali che oggi l’umanità si trova di fronte.

Nel 1992 ha fatto scalpore la decisione del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra relativa all’ordinazione delle donne, ma un simile passo non era nuovo, visto che nell’ambito della Comunione Anglicana una donna era già stata ordinata ad Hong Kong nel 1944. Tuttavia ci troviamo di fronte ad un ostacolo al ripristino della comunione ecclesiale, considerati anche i numerosi contatti che lo stesso Papa Giovanni Paolo II ha tenuto con l’Arcivescovo Runcie, contatti che stavano evidenziando come le due Comunioni fossero molto vicine nella loro comprensione del ministero e dell’ordinazione. Compito attuale dell’ARCIC è quindi quello di studiare tutto quanto è di ostacolo al reciproco riconoscimento dei ministeri delle due Comunioni. L’auspicio è quello formulato dal Cardinale Willebrands, il quale si è detto fiducioso che, con l’aiuto di Dio, le cui vie e i cui pensieri sono misteriosi, si possa raggiungere presto l’unità invocata da Cristo.

L’ultimo documento in ordine di tempo: Il dono dell’autorità «The Gift of Authority» (1998) che reca come sottotitolo significativo Autorità nella Chiesa III, sembra aver fatto registrare un enorme progresso, anche sulla questione del ministero petrino. Il clima e l’atmosfera, a livello teologico e a livello dei contatti gerarchici, sono eccellenti. A differenza di quanto avviene per le Chiese ortodosse, si fa sentire la provenienza dalla stessa tradizione latina e la consapevolezza di appartenere allo stesso mondo occidentale. Si potrebbe pensare che l’unità si raggiungerà molto presto. Tuttavia, durante un incontro a Toronto con tutti i primati anglicani - svolto in una atmosfera di fraternità eccezionale - è stata purtroppo constatata la difficoltà, in entrambe le Comunioni, di ricezione dei documenti comuni di dialogo. Esistono forti tensioni all’interno della Comunione Anglicana, e ci si può chiedere se tali documenti di dialogo siano rappresentativi dell’insieme degli anglicani o almeno della maggioranza di essi. La prassi introdotta di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e, nel caso di alcune province anglicane, anche l’ordinazione episcopale, costituisce un nuovo e difficile ostacolo, e un problema che permane irrisolto a livello della Comunione Anglicana stessa. Tuttavia, le strutture e lo spirito del dialogo cattolico - anglicano permangono intatti, ciò che infonde speranza e permetterà di procedere oltre.

(1)     Dalla Chiesa anglicana sono usciti i Battisti (1609), Quaccheri (1650), Metodisti (1738), Fratelli di Plymouth (1825) e le comunità da loro derivate. Dai Battisti a loro volta sono usciti gli Avventisti (1836-1863), i Pentecostali (1900) e i Kimbanguisti (1920). Dagli Avventisti sono usciti a loro volta gli Avventisti del 7° giorno, e da questi la setta dei Testimoni di Geova (1909). Dai Metodisti sono usciti l’Esercito della Salvezza (1865) e la setta dei Mormoni (1927).

 

Chiesa Battista

Il Cammino della Chiesa Battista   

La chiesa battista è uno dei molti rami che sono nati dalla Riforma protestante, iniziata intorno al 1500 dal teologo tedesco Martin Lutero. Dalle idee di Lutero è nato con il passare dei secoli un grande numero di movimenti religiosi tra loro anche molto distanti nelle regole di vita e nel modo di intendere il rapporto con Dio. I Battisti, in quanto appartenenti al mondo delle chiese protestanti (o Riformate, come si definiscono) condividono con queste alcuni principi di fondo, ma si distanziano dagli altri per il modo radicale di intendere questi principi.

Profilo dottrinale     

Il primo principio afferma l’autorità assoluta della Bibbia. Per i Battisti la Bibbia, tanto l’Antico che il Nuovo Testamento, sono la fonte del rapporto con Dio e con Cristo. Chi si accosta alla lettura della Bibbia con sincerità di cuore si incontra con Cristo meglio e più di qualunque altra situazione. Il fedele che legge la Bibbia con sincerità di cuore riceve direttamente da Dio l’illuminazione per la propria vita, senza dover ricorrere alla spiegazione di nessun’ altra persona (come per i cattolici è il sacerdote).

Il secondo principio afferma che solo a Cristo può essere reso culto, adorazione e devozione. I Battisti considerano i Santi e Maria solo degli esseri umani che hanno accolto Cristo, ma è solo a Cristo che ha senso rivolgersi con preghiere perché è solo Lui il mediatore con Dio. Pregare la Madonna e i Santi significa ridurre l’importanza di Dio e di Cristo ed esagerare l’esempio di alcuni esseri umani che hanno accolto Cristo. L’autorità di Gesù è unica anche rispetto alle regole di comportamento: chi si sottomette alla volontà di Cristo è libero di fronte ad ogni altra autorità.

Il terzo principio afferma che la Salvezza è un dono che Dio dà indipendentemente dalle opere degli uomini. La venuta di Cristo ha già dato a tutti gli uomini la salvezza, per cui non sono le azioni buone o cattive che ciascuno compie durante la propria vita a decidere per lui la salvezza o la dannazione, ma è Cristo che con il suo sacrificio ha dato a tutti la salvezza. Sta a noi, ora, riconoscere questa nostra nuova natura di salvati attraverso il dono della fede che Dio ci dà. La fede per i Battisti è il riconoscimento del dono della salvezza, e deve soprattutto consistere nella lode a Dio per il suo amore. La fede è la presa di coscienza che le azioni buone non possono dare la salvezza perché l’uomo è infinitamente inferiore a Dio e dunque non ha la forza e la capacità di salvarsi facendo il bene. Se le opere umane non possono salvare l’unica cosa che conta è affidarsi a Dio completamente confidando nel suo amore e vivere e agire nella consapevolezza della grandezza dell’amore di Dio.

Il quarto principio afferma che ogni comunità locale è da sola interamente la Chiesa come Corpo di Cristo. Mentre la tradizione cattolica afferma che ogni comunità parrocchiale è solo un pezzetto di quel grande corpo che è la Chiesa universale il cui capo è Cristo e il cui vicario è il Papa, i Battisti sostengono che in ogni comunità locale ci sono presenti tutti i doni dello Spirito perché si possa dire che ciascuna comunità locale è interamente la Chiesa il cui capo è Cristo. Non c’è una unione delle “parrocchie” battiste in un corpo più grande, ogni “parrocchia” è tutta la Chiesa. ciò significa che: non è ammessa nessuna autorità al di sopra della chiesa locale. La chiesa locale decide autonomamente ed in modo democratico le proprie regole di convivenza ed elegge i propri pastori. Il pastore della comunità locale non è il capo, perché il solo capo è Cristo, né amministra sacramenti perché i Battisti riconoscono solo il battesimo come sacramento. Il pastore è soltanto un membro della comunità del quale gli altri membri riconoscono la rettitudine di vita e la semplicità di fede e così lo pongono alla guida delle loro riunioni di preghiera. Vi è comunque un collegamento tra le diverse chiese locali Battiste, in modo che vi possa essere una reciproca solidarietà e conoscenza.

Il quinto principio afferma l’assoluta centralità del Battesimo. I Battisti prendono il nome proprio dall’importanza che attribuiscono al Battesimo. Per essi si tratta di un atto pubblico di professione di fede che un individuo compie dimostrando il suo legame con Dio e la sua coscienza che Cristo è il Salvatore. Per questo motivo il Battesimo può essere dato soltanto a persone adulte, perché comporta una presa di posizione personale di fronte a Dio. È solo attraverso il battesimo che si entra a far parte della Chiesa.

Il sesto, ed ultimo, principio afferma che il legame personale che ogni credente ha con Dio e che può sviluppare principalmente attraverso la lettura e la meditazione della Bibbia e la condotta di vita secondo la volontà di Dio, è la fonte della libertà individuale di coscienza. Come nessuno si può sostituire al singolo nell’interpretazione della Bibbia, così non si ammette nessuna autorità superiore alla comunità locale nella determinazione della vita comunitaria. Ogni battista si trova quindi impegnato in prima persona nell’esercizio della propria libertà di coscienza, ma allo stesso tempo si impegna anche perché questa possibilità di esercitare liberamente la propria libertà di coscienza sia resa valida per tutti. Vi possono essere molti ostacoli, infatti, che rendono difficile la libertà di coscienza: l’ignoranza, la povertà, la guerra, eccetera. Per questo una caratteristica delle attività delle comunità battiste è l’impegno in molti settori della vita sociale: asili, scuole, ospedali, sempre con lo scopo primario di testimoniare l’amore di Dio e di porre ogni uomo nella condizione di poter vivere secondo la propria coscienza.

La chiesa Battista si è sviluppata nel clima del rinnovamento dei principi della riforma protestante che si sviluppò in Inghilterra verso la fine del 1500. I sostenitori di un ritorno allo spirito delle prime comunità cristiane si dividevano tra coloro che pensavano di ottenere questo rinnovamento all’interno della chiesa Anglicana inglese, il cui capo è la regina, e coloro che invece sostenevano che bisognava ripartire dalle comunità di base locali.

Fu così che negli ultimi decenni del 1500 quei gruppi di cristiani che avevano preso l’abitudine di riunirsi fuori dagli incontri parrocchiali per fare una esperienza di comunità più fraterna e più saldamente basata sul vangelo, cominciarono ad organizzarsi separatamente e con una struttura di tipo democratico allontanandosi sempre più dall’organizzazione in parrocchie della chiesa anglicana inglese. Nel 1609, un gruppo di inglesi emigrati in Olanda che provenivano da queste comunità separatiste diede vita alla prima comunità Battista.

Per le loro posizioni radicali e per i principi di tipo democratico nell’organizzazione delle loro comunità i Battisti furono perseguitati un po’ da tutti i cristiani, sia dai cattolici, sia dagli anglicani, dai calvinisti, dai luterani e da altri ancora. Per questa ragione molti Battisti trovarono rifugio negli Stati Uniti già dai primi decenni del 1600 e in quel paese sono diventati con il tempo circa 30 milioni, dei circa 40 milioni esistenti in tutto il mondo.

In Italia i Battisti sono arrivati nel 1865 con una missione a La Spezia e una a Bologna. Le comunità battiste erano molto piccole, ma fin da subito vi fu un notevole impegno per la diffusione della Bibbia e nell’istituzione di scuole, asili ed anche un orfanotrofio. Nel 1884 vi erano in Italia una ventina di comunità di circa 50 persone ciascuna, tenute in collegamento dall’Unione Cristiana Apostolica Battista, una specie di federazione delle comunità locali. Superati gli anni della guerra 1915-1918, i battisti italiani cominciarono ad aumentare, anche se sempre restando un numero molto piccolo rispetto ai cattolici. Negli anni ‘20-30 si calcolano circa 3000 persone impegnate attivamente nelle chiese locali in Italia. Bisogna dire che queste comunità locali erano sempre sotto la guida o l’influenza di missionari battisti provenienti dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, infatti una caratteristica del battismo italiano è di essere stato sempre molto dipendente da aiuti provenienti da Inghilterra e USA.

Dopo la Seconda guerra mondiale il numero dei battisti italiani sale fino a 6000-7000 persone, anche con una marcata assistenza organizzativa ed economica proveniente dagli Stati Uniti. Nei primi anni ‘50 vi è un grande sviluppo di queste attività, ma a partire dalla metà degli anni ‘50 l’emigrazione ridurrà notevolmente il numero dei membri delle chiese battiste. È con gli anni della contestazione, dal 1968 in poi, che il numero dei Battisti si riduce sempre più. Negli anni ‘80 finisce il legame con le chiese americane ed inglesi e inizia l’autonomia delle chiese battiste italiane. È però con gli anni ‘80 che le comunità cominciano di nuovo ad ingrandirsi, aumentano le vocazioni e si estendono anche i campi di servizio e di impegno dei battisti italiani. 

L’atteggiamento ecumenico      

Oggi notevole è l’impegno per il dialogo ecumenico, sia con le altre chiese nate dalla Riforma protestante, che con i cattolici, ad esempio nella traduzione interconfessionale della Bibbia. Infine, è giusto ricordare che la sensibilità dei battisti per i bisogni sociali di coloro che sono emarginati ha avuto anche grandi testimoni: uno di questi è stato Martin Luther King, pastore battista e la più importante guida dei neri degli Stati Uniti, che negli anni ‘50 e ‘60 condusse la lotta non violenta per il riconoscimento dell’uguaglianza dei neri con i bianchi.

Altre Confessioni cristiane   

Pentecostali

I Pentecostali prendono nome dalla loro insistenza sulla necessità di una nuova Pentecoste.

Nel 1900 il pastore battista Charles Fox Parham aprì a Topeka (Kansas) una scuola biblica, da dove partì un movimento di risveglio religioso che poneva l’accento sul battesimo da parte dello Spirito e sulle manifestazioni che dovevano accompagnarlo, particolarmente la glossolalia (parlare in lingue). Parham, nel suo “Movimento della Fede apostolica”, attribuì al dono delle guarigioni per opera dello Spirito Santo un’attenzione particolare, suscitando una strepitosa popolarità. Si insediò in Gran Bretagna (1904), a Los Angeles ed in tutti gli Stati Uniti, poi in Germania.

Nel 1907 si diffuse molto rapidamente nell’America latina, nel 1920 in Russia e nel 1929 in Francia.

Nel 1960 Il “rinnovamento carismatico” ispirato al pentecostalismo si estese anche ad altre confessioni cristiane.

Nel desiderio di collegarsi direttamente all’entusiasmo della prima comunità cristiana, il pentecostalismo riconosce un’autorità assoluta della S. Scrittura nella vita del cristiano. La Bibbia è generalmente letta in prospettiva fondamentalista, con un interesse particolare per i passi concernenti l’effusione dello Spirito e i racconti dei miracoli.

Alla diversità strutturale del pentecostalismo risponde una grande disparità di opzioni teologiche. La maggior parte delle comunità pentecostali professa una fede di tipo battista, calvinista o metodista.

Tutte si riconoscono nel sottolineare il “battesimo dello Spirito” come condizione di una vita cristiana autentica. Il “battesimo d’acqua” per loro non è che la ratifica a posteriori del battesimo dello Spirito, che può accompagnarsi, come negli Atti degli Apostoli, a guarigioni e fenomeni di glossolalia (parlare in lingue, e cioè pregare in una lingua che non si conosce). I pentecostali considerano generalmente la rapidità della loro diffusione come segno della prossimità della fine dei tempi.

Nell’organizzazione delle riunioni pentecostali regna la più grande libertà. Sono negati il sacerdozio ministeriale e la transustanziazione; la Cena e il Battesimo (generalmente per immersione e riservato agli adulti) sono considerati segni puramente simbolici, mentre la lettura della Bibbia e la preghiera (compresa la “preghiera in lingue”) occupano un posto prioritario e terminano spesso con manifestazioni di estasi.

Il movimento si caratterizza per il suo spontaneismo: ogni comunità locale è autonoma e decide liberalmente sull’opportunità della propria adesione alle numerose federazioni pentecostali (le più importanti sono “Le assemblee di Dio”).

I Pentecostali adottano spesso uno stile di vita comunitario, contrassegnato da entusiasmo e generalmente rigido (proibizione frequente dell’alcool, del fumo). Il pentecostalismo insiste sul potere di guarigione dello Spirito e si distingue per il suo zelo missionario, rivolto sia verso le altre confessioni cristiane, sia verso i non cristiani.

Soltanto alcuni dei movimenti pentecostali, principalmente sudamericani, sono entrati nel Consiglio Ecumenico delle Chiese.

L’ulteriore frammentazione delle Chiese

Vecchi Cattolici

Sotto questo nome si radunano quattro gruppi.

A Utrecht (Olanda), in seguito alla riforma protestante, i seguaci di Cornelius Jansen (1585-1638), specialmente quelli francesi, si riunirono per seguire una morale rigida ed un intimismo religioso ed ascetico (Giansenismo). Roma condannò questo movimento e per opposizione fu fondata la “Chiesa Vetero-episcopale” o “Piccola Chiesa d’Utrecht”.

Alcuni teologi cattolici tedeschi, in seguito al Concilio Vaticano I, protestarono contro la proclamazione del dogma dell’infallibilità da parte di questo Concilio. Nel 1871 essi vennero scomunicati da Roma e costruirono, attorno al teologo Ignazio von Döllinger, una nuova Chiesa detta “Vecchio-cattolica”. Circa 18 anni dopo questa si unì con la “Chiesa Vetero-episcopale” di Utrecht. Si misero insieme così i Vecchi Cattolici tedeschi, svizzeri e olandesi nell’unione di Utrecht con il primato d’onore della sede d’Utrecht, i quali sancirono l’autonomia delle Chiese nazionali ed il mantenimento del principio episcopale.

Nel 1897 alcuni polacchi cattolici emigrati negli Stati Uniti si rifiutarono di essere sottomessi ad un clero a maggioranza irlandese e fondarono la “Chiesa cattolica nazionale polacca“ o “Chiesa mariavita” accolta nell’Unione di Utrecht.

A questa Unione in seguito aderì anche la “Chiesa Filippina Indipendente” o “Chiesa Aglipaiana”, (vedi avanti).

Nel 1974 La Chiesa cattolica e le Chiese dell’Unione di Utrecht hanno stabilito un accordo, seppur limitato, d’intercomunione.

La Chiesa Vetero-episcopale e le Chiese vecchio-cattoliche sono nate da una reazione antiromana, dove le motivazioni politiche furono talvolta preponderanti rispetto ai dissensi teologici. Attualmente la Chiesa mariavita (polacca), le Chiese Vecchio-cattoliche di Germania, Olanda e Svizzera sono in diminuzione; quelle della ex Cecoslovacchia e della ex Jugoslavia si sono considerevolmente ridimensionate; solo la Chiesa cattolica nazionale polacca e la Chiesa filippina indipendente mantengono le loro posizioni.

Queste Chiese professano la fede della Chiesa prima dello scisma del 1054 tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, respingono però alcuni dogmi specifici del cattolicesimo: l’Immacolata Concezione, l’infallibilità del papa e l’Assunzione della Beata Vergine Maria.

La liturgia vecchio-cattolica è basata sul rito romano, con la lingua del luogo e non ammette il culto dei santi, i pellegrinaggi e le indulgenze.

La Chiesa Vecchio-cattolica riconosce i sette sacramenti (compresi la confessione auricolare, facoltativa, e il matrimonio indissolubile) come la Chiesa cattolica, ma colloca il Battesimo e l’Eucaristia (nelle due specie) al di sopra degli altri.

La Chiesa cattolica nazionale polacca, la Chiesa mariavita e la Chiesa filippina indipendente possiedono alcuni usi particolari. I responsabili delle parrocchie coprono cariche elettive e non sono tenuti al celibato.

I Vecchi Cattolici sono molto vicini agli Anglicani, agli Ortodossi e persino a quei Protestanti che hanno mantenuto l’episcopato storico.

Aglipaiani                       

(Chiesa Filippina Indipendente)

Nel 1898 scoppiò una rivolta dei Filippini contro la Spagna sotto la guida del sacerdote cattolico Gregorio Aglipay, che venne nominato dagli insorti vicario generale. Un anno dopo venne scomunicato e partecipò alla guerriglia. Dodici sacerdoti “consacrarono” Aglipay vescovo della Chiesa Filippina Indipendente. Nel  1961 la Chiesa aglipaiana si unì alla “Protestant Episcopal Church” (Episcopaliani) e nel 1965 con le Chiese Vecchio-cattoliche.

La Chiesa aglipaiana comprende quattro milioni di filippini (di cui alcuni emigrati nelle Hawaii), ed ha favorito la diffusione della Bibbia nelle lingue vernacolari delle Filippine. Condivide la teologia anglicana e vecchio-cattolica e si pone a metà strada tra protestantesimo (soprattutto per l‘ecclesiologia) ed il cattolicesimo.

La liturgia comunque rimane profondamente segnata dalle sue origini cattoliche.

Kimbanguisti         

(Chiesa africana)

Nel 1921, nel Congo belga (oggi Zaire) il catechista Simon Kimbangu in seguito ad alcune visioni esercitò un’attività taumaturgica, annunciando la fine prossima della dominazione bianca. L’amministrazione coloniale lo arrestò è lo condannò all’ergastolo. Morì trent’anni dopo in prigione. I suoi figli organizzarono il movimento, e nel 1959 la Chiesa kimbanguista fu riconosciuta ufficialmente nel Congo.

Il kimbanguismo è un uno dei 6000 movimenti afrocristiani, fra le Chiese “etiopiche”, “sioniste”, “messianiche”, “guaritrici” e “oranti” del continente.

Nello Zaire costituiscono la terza o addirittura la seconda forza religiosa, e sono diffusi nei paesi circostanti. Tale Chiesa accetta il credo di Nicea e non si distingue che per il posto riservato alla vocazione profetica di Simon Kimbangu, illuminato dallo Spirito Santo. L’assemblea domenicale comporta cantici, letture bibliche e predicazione, come nelle Chiese nere americane.

Le principali feste sono Natale, Pasqua e gli anniversari della vocazione e della morte di Simon Kimbangu. La Cena  è celebrata con prodotti locali, mentre il Battesimo si svolge per imposizione delle mani. Anche il Matrimonio e l’Ordinazione sono riconosciuti come sacramenti. I ritiri spirituali sono considerati tempi forti della comunità.

La Chiesa kimbanguista ha adottato una struttura fortemente gerarchizzata (catechista, diacono, pastore, segretario, ispettore, delegato) ed è molto attiva nel campo sociale e scolastico; essa promuove una morale severa, proibendo tra l’altro droghe, alcool, tabacco, carne di maiale e di scimmia.

Unitas Fratrum (Unità dei Fratelli): Fratelli Boemi, Fratelli Moravi   

Nel 1360 le idee di Valdès si diffondono in Boemia. Nel 1402 Giovanni Hus, ecclesiastico ceco, docente all’Università di Praga, difende le tesi di Wyclif (vedi Chiesa anglicana) cioè la lettura della Bibbia e la liturgia in lingua volgare e il sospetto verso una gerarchia ecclesiastica corrotta e accusata di essere priva di legittimazione scritturale. La sua azione corrisponde alle aspirazioni nazionali del popolo ceco. Hus viene scomunicato e condannato come eretico e muore sul rogo. In seguito, gran parte della Boemia si separa da Roma e nel 1420-1431 scoppia la crudele guerra degli Hussiti. Nel XVI sec. i Fratelli Boemi, che nel frattempo si sono diffusi in Polonia e in Germania, aderiscono in massa alla Riforma luterana e calvinista.

Nel 1722 il conte Nikolaus-Ludwig von Zinzendorf, pietista fervente, accoglie nelle sue terre di Sassonia alcuni Fratelli Boemi perseguitati, che vi fondano il villaggio Herrenhut. In Europa, i Fratelli Moravi diventano i propugnatori del pietismo all’interno delle diverse Chiese; fuori dell’Europa, nei Caraibi ed in Africa sviluppano un’attività missionaria intensa e lontana da qualsiasi mira politica ed economica.

Nello spirito del conte von Zinzendorf, i Fratelli Moravi non cercano un’espansione a scapito delle altre Chiese; soltanto nei paesi di missione e per ragioni pratiche esse si sono costituiti in gruppi distinti. Con i Metodisti e i Battisti, i Fratelli Moravi, sono stati alla base dell’espansione missionaria del Protestantesimo, con la preoccupazione costante di annunciare il Vangelo ai popoli più sprovveduti e disprezzati, soprattutto di razza negra.

La loro dottrina coincide in gran parte con la dottrina protestante. Sono particolarmente sensibili alle risonanze sociali e pacifiste del Vangelo. Si mostrano molto aperti per il movimento ecumenico.

Congregazionalisti

Sono sorti tra il 1567 ed il 1580; le prime comunità, distaccatesi dalla Chiesa d’Inghilterra, subirono l’influenza delle idee calviniste. Il fondatore  Robert Brown, incarcerato, dopo la liberazione, si ritirò con i suoi a Middelburg in Olanda. Nel 1639 s’imbarcarono tutti insieme sulla nave Mayflower e fondarono la colonia dei “Padri Pellegrini”  a Plymouth nel Massachusetts.

In Canada si fusero con i Metodisti ed i Presbiteriani, negli USA con le Chiese evangeliche e riformate (Calvinisti). In Inghilterra si unirono ai Presbiteriani inglesi costituendo la Chiesa Unificata della Riforma.

Ogni comunità è considerata assolutamente autonoma e Chiesa di Dio, sottomessa alla sola autorità di Cristo nella pratica, nella dottrina, nella liturgia.

C’è assoluta libertà in ogni comunità, di conseguenza si vive tutto lo spettro delle opzioni teologiche ed etiche dal protestantesimo all’unitarismo, e dal liberalismo al fondamentalismo evangelico.

Neoapostolici e Irvinghiani

Nel 1822 Edward Irving, pastore presbiteriano (calvinista), promosse nella sua parrocchia londinese un cristianesimo sociale di tipo carismatico. Circa 10 anni dopo venne escluso dalla sua Chiesa presbiteriana e fondò 3 anni dopo la Chiesa cattolica apostolica. In vista del ritorno di Cristo, ritenuto imminente, venne designato un collegio di 12 apostoli.

Il nucleo della Chiesa si costituì con i membri di un gruppo di preghiera formato attorno al banchiere e parlamentare Henry Drummond, influenzato dalle idee di Irving. Nel 1843 si insediarono in Germania e nel 1848 negli USA. Nel 1863 si divisero in Neoapostolici che, a differenza degli Apostolici, designarono i successori dei Apostoli deceduti. Il ramo apostolico è quasi estinto, mentre quello neoapostolico si è mantenuto soprattutto in Germania.

Gli aderenti  rivolgono un’attenzione particolare ai passi biblici che si riferiscono agli ultimi giorni, alle manifestazioni dello Spirito e all’organizzazione della Chiesa primitiva. Attendono con fervore il ritorno di Cristo e sottolineano l’importanza dei doni dello Spirito e di una successione apostolica autentica. Durante la cerimonia detta della “sigillatura” con imposizione delle mani verrebbe assicurata al fedele la partecipazione al regno millenario di Cristo.

Nella loro organizzazione hanno un collegio di dodici apostoli che sarebbe sorto dalla “nuova Pentecoste”. Esso è presieduto da un apostolopatriarca con sede a Dortmund, capo di una gerarchia che ricalca quella descritta nella lettera agli Efesini (4,11).

Edward Irving è spesso considerato un precursore del movimento pentecostale.

Avventisti

Chiesa Avventista del Settimo Giorno (dall’inglese advent: nome legato all’attesa della venuta di Cristo o all’osservanza del sabato, settimo giorno della settimana).

Nel 1831 l’americano William Miller, d’origine battista, annunciò per il 1843-44 la “purificazione del santuario” evocato nel libro di Daniele (8,14). In seguito ci fu la grande delusione perché quasi un milione di persone attese il ritorno di Cristo che non si verificò. Il movimento ebbe un declino, ma continuò in modo informale.

Ellen G. White diede una forma organizzativa all’Avventismo con i suoi scritti visionari e con numerosi viaggi. Nel 1863 la Chiesa avventista del Settimo Giorno venne costituita ufficialmente e si diffuse anche in Europa. Si registrò un notevole incremento (circa il 7,5% di crescita annuale) soprattutto in Africa e nell’America latina.

La Bibbia è generalmente interpretata secondo una linea fondamentalista. Caratteristico è l’interesse rivolto ai testi della fine del mondo con l’intento di scoprire la data della seconda venuta di Cristo (parusia). Accanto alla Bibbia, gli scritti di Ellen White sono considerati come la continuazione delle profezie bibliche e occupano un posto importante nella dottrina e nella vita della comunità.

La loro dottrina coincide con quella protestante ed osservano il sabato, quarto comandamento del decalogo. Chi osserva il sabato sarà salvato nel giudizio finale. Per loro, la fine del mondo è vicina, Cristo è entrato nel santuario celeste e il suo ritorno sulla terra non può tardare.

Prima di celebrare la Cena eseguono la lavanda dei piedi. Ripetono questa cerimonia ogni trimestre con pane azzimo e succo d’uva non fermentato per commemorare il sacrificio di Cristo.

Ogni sabato incontri di studio e di adorazione riuniscono la comunità. Il battesimo, amministrato ai fedeli adulti viene effettuato per immersione completa. Le feste cristiane tradizionali non sono generalmente celebrate.

In linea di massima i fedeli versano alla Chiesa la decima dei loro redditi per la diffusione del Vangelo. L’Avventismo è strutturato in Chiese locali (con rinnovo annuale dei responsabili), Federazioni, Unioni e Divisioni (rinnovo triennale) che fanno capo alla Conferenza generale (rinnovo quinquennale). Diaconi e anziani sono eletti dalle Chiese locali.

L’attività educativa, ospedaliera, caritativa, editoriale e missionaria della Chiesa avventista è molto sviluppata. Soprattutto quest’ultima rimane intensa ed è sempre più assicurata da persone provenienti da paesi del Terzo Mondo.

La proibizione delle bevande alcooliche o eccitanti (caffè, tè),  del tabacco e delle droghe si accompagna alla promozione della vita familiare, dell’alimentazione vegetariana e di una rigida morale.

Dagli Avventisti del 7° giorno è uscita la setta dei Testimoni di Geova (1873).

Esercito della Salvezza o Salutisti

Nel 1865 William Booth e sua moglie, usciti dal Metodismo, fondarono una “Associazione del Risveglio Cristiano” con l’obiettivo di avvicinare gli abitanti dei quartieri bassi di Londra.

L’associazione, interconfessionale, si estese ben presto in tutta la Gran Bretagna sotto il nome di “Missione cristiana”. Si insediò negli USA e nelle colonie britanniche e poi nel mondo intero. Attualmente si sta incrementando nel Terzo mondo.

Gli appartenenti a questa Chiesa affermano che la lettura della Bibbia deve condurre alla conversione e alla illuminazione attraverso lo Spirito. Fedele all’eredità metodista, il fondatore Booth insistette sulla responsabilità dell’uomo nella salvezza personale e nella pratica del messaggio evangelico.

Il Battesimo e la Cena non sono in uso, ma i Salutisti possono richiederli in altri gruppi. Preoccupati di rendere efficace l’impegno ecumenico, la liturgia propriamente detta è trascurata a vantaggio dell’evangelizzazione e dell’impegno sociale.

I “soldati” dell’Esercito della Salvezza sono divisi in “battaglioni”, “divisioni” e “territori” (che comprendono generalmente un paese) e sono governati da “ufficiali”. A capo del movimento, un “generale” viene scelto dai responsabili nazionali.

L’Esercito della Salvezza è stato uno dei primi movimenti ad abolire qualsiasi discriminazione sessuale nella sua struttura. L’azione caritativa (ospedali, “rifugi” per i nullatenenti, assistenza ai prigionieri, alcolizzati, drogati…) è condotta di pari passo con l’evangelizzazione. A dispetto della sua severa disciplina (proibizione dell’alcool) e della sua struttura militare, l’Esercito della Salvezza difende scelte decisamente pacifiste. Le uniformi, le sfilate con la fanfara e le pubbliche collette hanno reso popolari i Salutisti presso il grande pubblico.

Nel 1978 l’Esercito della Salvezza ha lasciato il Concilio Ecumenico delle Chiese (CEC), di cui deplorava la tiepidezza in materia di pacifismo. Sul piano teologico, come su quello pratico, l’Esercito della Salvezza è molto aperto a tutte le altre Chiese.

 

Lefebvriani    

Sono nati in seguito al rifiuto delle decisioni prese dal Concilio Vaticano II da parte del vescovo francese Marcel Léfèbvre, nell’anno 1988. Questi rifiutò in modo particolare la riforma liturgica (Sacrosanctum Concilium) ed il documento sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae). Fondò la “Chiesa della Fraternità sacerdotale di San Pio X”, ritenendo Papa Pio X l’ultimo papa autentico.

Attualmente i Lefebvriani sono diffusi in Germania, Svizzera e Francia. Affermano che la Chiesa Cattolica Romana non sia più nella sana tradizione. Rifiutano ogni ecumenismo, perché fuori della Chiesa cattolica, secondo loro, non c’è salvezza, e naturalmente ritengono di essere soltanto loro i veri cattolici.

Da questa Chiesa si è distaccata la “Fraternità di San Pietro” che ha accettato l’autorità del Papa Giovanni Paolo II mantenendo, però, il rito tridentino.

Sette allontanatesi dal Cristianesimo, ed ormai non più cristiane                             

Amici dell’Uomo, Antonisti,  Bahai, Coadisti, Duchoborzi, Moonisti (Associazione per l’Unificazione del Cristianesimo Mondiale = nome ufficiale), Mormoni (Chiesa di Gesù dei Santi degli Ultimi Giorni = nome ufficiale), Quaccheri, Scientisti, Testimoni di Geova, Unitariani.

Nella zona grigia fra Cristianesimo e Setta pseudo-cristiana

Mennoniti, Anabattisti, Amish, Fratelli di Plymouth.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 TOC \o \h \z Dati storici essenziali PAGEREF _Toc69889526 \h 1

Esperienze ecumeniche. PAGEREF _Toc69889527 \h 2

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese. PAGEREF _Toc69889528 \h 3

Tappe di percorso significative. PAGEREF _Toc69889529 \h 3

Europa: la KEK e il CCEE. PAGEREF _Toc69889530 \h 3

Le Chiese interlocutrici, insieme a quella cattolica, nel dialogo ecumenico. PAGEREF _Toc69889531 \h 3

Chiesa Ortodossa. PAGEREF _Toc69889532 \h 3

I Concili ecumenici PAGEREF _Toc69889533 \h 3

Il grande scisma. PAGEREF _Toc69889534 \h 3

Il cammino della Chiesa Ortodossa. PAGEREF _Toc69889535 \h 3

Profilo dottrinale. PAGEREF _Toc69889536 \h 3

Atteggiamento ecumenico. PAGEREF _Toc69889537 \h 3

Chiesa Valdese. PAGEREF _Toc69889538 \h 3

Il cammino della Chiesa Valdese. PAGEREF _Toc69889539 \h 3

Profilo dottrinale. PAGEREF _Toc69889540 \h 3

Dialogo ecumenico. PAGEREF _Toc69889541 \h 3

Chiesa Luterana. PAGEREF _Toc69889542 \h 3

Il cammino della Chiesa Luterana. PAGEREF _Toc69889543 \h 3

Il cammino ecumenico. PAGEREF _Toc69889544 \h 3

Chiesa Metodista. PAGEREF _Toc69889545 \h 3

Il Cammino della Chiesa Metodista. PAGEREF _Toc69889546 \h 3

Profilo dottrinale. PAGEREF _Toc69889547 \h 3

L’atteggiamento ecumenico. PAGEREF _Toc69889548 \h 3

Chiesa Anglicana. PAGEREF _Toc69889549 \h 3

Il Cammino della Chiesa Anglicana. PAGEREF _Toc69889550 \h 3

Le Strutture. PAGEREF _Toc69889551 \h 3

Profilo dottrinale. PAGEREF _Toc69889552 \h 3

L’atteggiamento ecumenico. PAGEREF _Toc69889553 \h 3

Chiesa Battista. PAGEREF _Toc69889554 \h 3

Il Cammino della Chiesa Battista. PAGEREF _Toc69889555 \h 3

Profilo dottrinale. PAGEREF _Toc69889556 \h 3

L’atteggiamento ecumenico. PAGEREF _Toc69889557 \h 3

Altre Confessioni cristiane. PAGEREF _Toc69889558 \h 3

Pentecostali PAGEREF _Toc69889559 \h 3

L’ulteriore frammentazione delle Chiese. PAGEREF _Toc69889560 \h 3

Vecchi Cattolici PAGEREF _Toc69889561 \h 3

Unitas Fratrum (Unità dei Fratelli): Fratelli Boemi, Fratelli Moravi PAGEREF _Toc69889562 \h 3

Congregazionalisti PAGEREF _Toc69889563 \h 3

Neoapostolici e Irvinghiani PAGEREF _Toc69889564 \h 3

Avventisti PAGEREF _Toc69889565 \h 3

Esercito della Salvezza o Salutisti PAGEREF _Toc69889566 \h 3

Lefebvriani PAGEREF _Toc69889567 \h 3

Sette allontanatesi dal Cristianesimo, ed ormai non più cristiane. PAGEREF _Toc69889568 \h 3

Nella zona grigia fra Cristianesimo e Setta pseudo-cristiana. PAGEREF _Toc69889569 \h 3